venerdì 30 dicembre 2016

PRIDE - L'ORGOGLIO DI NON TACERE, da Pride del 27 Dicembre 2015

Ai tempi pensai che avrebbero cercato di manipolarmi, farmi risultare come pazzo. Poi ho deciso di raccogliere l'invito e fidarmi. Devo ammetterlo, fino all'ultimo non ci avevo creduto: la maggiore rivista gay italiana che mi chiedeva un'intervista. Tanto di cappello: hanno rispettato le condizioni, nemmeno una parola è stata modificata delle mie risposte e mi hanno dato uno spazio che forse nemmeno Avvenire mi avrebbe concesso (certo, il titolo "L'omofobia dentro" tradiva cosa pensassero di me, ma almeno una soddisfazione dovevo lasciargliela, no?). E' successo un anno e un giorno fa. Oggi, dopo che un mio post  condiviso è stato "silenziato" da FB senza apparenti ragioni (un post di Joseph Marlin in cui si parlava di fattori condizionanti l'omosessualità) ripubblico questa pezzo come esempio di dialogo vero. La dimostrazione che anche con chi si hanno vedute diametralmente opposte, ci si può ascoltare. Anche in una rivista esplicitamente schierata a favore di un certo tipo di pensiero e di mondo, fra modelli seminudi e pubblicità di saune per incontri, può esserci spazio per raccontare la storia di uno scrittore che ama Dio e crede in una promessa grande sulla sua Vita, con tutta la sua miseria.


- di Massimo Basili -
Mi era già capitato di incrociarlo durante il suo abituale giro di jogging per le vie di Milano. Quel pomeriggio della scorsa estate nel quale l’ho fermato per chiedergli quest’intervista, però, non era una data qualunque: l’indomani, 20 giugno, Giorgio Ponte sarebbe partito per Roma dove avrebbe preso parte alla manifestazione “Salviamo i nostri figli” in compagnia di Adinolfi, Miriano, Gandolfini, Pillon e altri noti avversari dei diritti civili.


In quei mesi l’insegnante di religione trentunenne, gay dichiarato, era da poco uscito allo scoperto pubblicamente con articoli e interventi sui media cattolici per ribadire l’esistenza di quegli omosessuali convintamente contrari all’approvazione delle leggi sulle unioni civili e contro l’omotransfobia.

Ringraziandoci per l’opportunità offertagli (conosce Pride ma non l’ha mai letta) Ponte ribadisce che è in assoluto la prima volta che le sue opinioni compaiono su una testata gay, nonostante sia ormai diventato un personaggio conosciuto anche al di fuori dell’ambito cattolico.


Qual è il primo ricordo a proposito delle tue pulsioni omosessuali? Come hanno reagito i componenti della tua famiglia? 
Quando sono nato mio fratello era già troppo grande per legare con me; mio padre lavorava molto e perciò sono state le mie sorelle a crescermi insieme a mia madre. I miei modelli di riferimento erano tutti femminili. Così nell’adolescenza iniziai a sentirmi attratto dagli uomini perché non conoscevo la mascolinità, cosa significasse essere uomo. Quando provai a parlarne a casa, i miei mi rassicurarono e provarono ad aiutarmi per come potevano, ma non avevano gli strumenti per farlo.


Sei mai stato in coppia con un ragazzo? Ti sei innamorato di uomini e donne con la stessa intensità?
L’ultima volta è stato cinque anni fa. Ho sempre cercato una strada che potesse conciliarsi con la mia fede. Ora mi rendo conto che nessun uomo che ho avuto poteva darmi ciò che profondamente desideravo, nonostante le buone intenzioni. Delle ragazze, poi, mi sono innamorato solo un paio di volte quando ero già dichiarato da tempo. A trent’anni ho baciato per la prima volta una donna e ho scoperto che il mio corpo era perfettamente connesso al mio cuore, reagendo completamente come non mi era mai capitato prima. Lei non volle proseguire la storia, per timore, ma quel momento mi ha mostrato la verità su me stesso, quella che nessuno vuole dire: l’omosessualità non è una condizione immutabile.


Che ruolo ha la fede cattolica nella tua vita? E quanto ha influito sulla consapevolezza di essere omosessuale? 
La fede è il dono più grande che mi hanno fatto i miei genitori. Detto ciò l’omosessualità è stato certamente il terreno di discussione sul quale ho lottato più a lungo con Dio: se tu mi ami, perché hai permesso questo? Che senso ha tutto questo dolore? A quindici anni l’incontro con una suora speciale mi fece iniziare un vero cammino di fede e mi donò finalmente degli amici autentici. Lei è stata la prima ad accogliere il mio dolore, a sapere la verità. Fu l’inizio della mia liberazione. Grazie a lei ho scoperto che Dio aveva posto nelle mie mani già tutto quello di cui avevo bisogno per essere felice, dovevo solo smettere di piangermi addosso.


Nella scuola in cui insegni i tuoi colleghi sanno che sei omosessuale? E i tuoi studenti? Ti è mai capitato di parlare dell’argomento in classe?
Al momento sono ancora precario; però sì, i miei ex alunni dell’anno scorso, i colleghi e i genitori sanno e alcuni mi sostengono apertamente. Di omosessualità parlo in classe solo se me lo chiedono i ragazzi, in maniera proporzionata alla loro età. Prima mi interessa smontare un po’ di pregiudizi riguardo alla Chiesa. Dopodiché cerco di dare a loro gli strumenti per farsi una posizione critica su cosa sia l’omosessualità, esponendo loro sia ciò che dice la psicologia ufficiale dopo gli anni ’70, sia la posizione della frangia di Freud e Nicolosi.


Hai mai frequentato qualche associazione gay, locali, saune, discoteche? Hai usato anche qualche app o chat gay? Che opinione hai di queste modalità d’incontro?
Negli anni del nascondimento anche io sono finito a cercare spesso rimorchio nelle chat. Questa è la prima funzione di tutte queste realtà: app, locali, saune, vivono principalmente del bisogno compulsivo di sesso di cui molti omosessuali soffrono. Una piaga che questi luoghi non fanno che alimentare. Oggi se mi capita di finire di nuovo in chat, vuol dire che c’è qualcosa che non va nella mia vita. Di solito si tratta di eventi episodici. Quanto ai locali, ho frequentato solo un pub nei primi due anni in cui stavo a Milano.


Quali aspetti positivi ravvisi nel movimento gay italiano nel suo fronte più politico, e quali aspetti negativi ci trovi?
L’unico merito che riconosco ai movimenti gay è di avere sdoganato il tema e di avere fatto abolire alcune leggi barbariche che rendevano “illegale” anche in occidente l’omosessualità. Detto questo, ritengo che i movimenti gay, come i locali, siano auto ghettizzanti e forniscano un’identità semplicistica (“Sei gay, non ci pensare più”) che impedisce a chi ne fa parte di riconoscersi prima di tutto come uomo, maschio uguale agli altri uomini, alimentando un vittimismo e un senso di inferiorità spesso tipici di chi vive la nostra situazione.


Sei mai stato a un gay pride?
Il concetto stesso di orgoglio gay per me è incomprensibile. Nella vita ciascuno di noi dovrebbe essere orgoglioso solo del bene che fa, quando ha la grazia di farlo. Il resto è solo bisogno di autoaffermazione.

Quale contributo danno alla vita politica e sociale di questo paese, secondo te, le Sentinelle in piedi e le altre associazioni che si oppongono ai diritti delle coppie omosessuali? 
Le Sentinelle e le altre associazioni, in un modo del tutto pacifico, hanno il grande compito di riportare il confronto sul piano della realtà: gli omosessuali sono prima di tutto uomini e donne e questo è ciò che li rende uguali a tutti gli altri uomini e donne. In quanto uomo io ho esattamente gli stessi diritti di ogni altro uomo in questo Stato: posso sposare una donna, non posso sposare un uomo. Se il principio del diritto invece diventa il desiderio, qualcosa di non quantificabile né misurabile e per sua natura mutevole, la deriva possibile è immensa e pericolosissima, poiché il desiderio è autarchico e senza limiti.


Raccontaci la tua esperienza alla manifestazione “Difendiamo i nostri figli”. Hai scritto che non te la sei sentita di parlare dal palco accanto ad Adinolfi, Gandolfini & co.: per quale motivo? Che ruolo pensi abbia avuto quella manifestazione sul dibattito in corso sulle unioni civili?
L’enorme merito del 20 giugno è stato di aver dato voce a una grande fetta di cittadinanza che non è assolutamente a favore di questa visione antropologica per cui maschio è femmina, e quindi padre e madre sono intercambiabili. Due uomini o due donne non sono uguali a un uomo e una donna. E cose diverse devono avere trattamenti diversi. Poiché diverso non vuol dire peggiore. Quanto alla mia possibilità di parlare, era stata solo ipotizzata: l’idea mi spaventava per i tempi ristretti, poiché non ho il dono della sintesi.


Anche se sono lontane dall’essere approvate, perché ti opponi alla legge Scalfarotto contro l’omofobia e al DDL Cirinnà sulle unioni civili? 
In Italia la violenza contro qualsiasi persona viene già punita per legge ed esiste già l’aggravante per futili motivi. Non serve perciò una legge ad hoc. Inoltre la non definizione chiara di cosa sia un atto omofobo rischierebbe a discrezione del giudice di penalizzare anche le semplici dichiarazioni come quella che io sto facendo ora, e questo mina completamente la libertà di stampa e di parola. Così come il DDL Cirinnà: le uniche tre cose cui attualmente non hanno diritto o che non possono tutelare le coppie conviventi, a prescindere dal sesso, sono la pensione di reversibilità, la quota legittima di eredità (20%) e la possibilità di adottare. Ma come ho detto, realtà diverse necessitano di trattamenti diversi. Se sulle prime due si potrebbero fare delle leggi che semplicemente allarghino i possibili destinatari, la terza è per natura peculiarità dell’unione di maschile-femminile, l’unica in grado di generare i figli.


Per quali motivi la stepchild adoption, che permette l’adozione da parte del/la partner del figlio naturale di un uomo gay o di una donna lesbica, sarebbe l’anticamera del cosiddetto “utero in affitto”? Non credi che opporsi a quel dispositivo sarebbe quantomeno crudele verso quei bambini che si vedono privati di un genitore che li alleva e li ama?
Se io avessi un figlio da un precedente matrimonio con una donna non sarebbe necessario che il mio compagno adotti quel bambino perché, dovessi morire, mio figlio avrebbe comunque già sua madre. Il problema quindi sussiste solo se mio figlio non ha la madre, cosa che, tolte le disgrazie accidentali, riguarda chiaramente tutti i figli nati con l’utero in affitto o l’inseminazione artificiale (se l’assenza è del padre). Inoltre il giudice già oggi, nel caso di morte di entrambi i genitori, sceglie come affidatario la persona che ha avuto la maggiore continuità affettiva col bambino, il che può voler dire anche il compagno del padre. Quindi, ancora una volta, la legge non è necessaria.


Non hai mai pensato che, in quanto omosessuale contrario ai diritti dei gay, tu venga in qualche modo strumentalizzato dal movimento contrario a quei diritti?
Chi mi chiama a testimoniare sa che io non dico mai nulla che non pensi davvero, né mi limito nel dire qualcosa solo perché a qualcuno può risultare scomodo. Se poi vogliono strumentalizzarmi, è un rischio che vale la pena di correre. Io desidero solo che le persone siano libere di cercare la propria strada, e per esserlo devono sapere che esistono storie diverse da quelle comunemente raccontate. Perciò chi mi dà spazio per parlare, come voi, è il benvenuto.


Cosa pensi del papato di Francesco, anche rispetto al suo approccio all’omosessualità?
Francesco non sta dicendo nulla di diverso nella sostanza da quello che dicevano i suoi predecessori. Rispetto all’omosessualità applica ciò che il Magistero dice da sempre: l’atto sessuale omosessuale è peccato, non l’omosessualità in sé, poiché ogni persona in quanto figlio di Dio è sempre molto di più del suo peccato, quale che sia.


Raccontaci invece del tuo rapporto con Luca Di Tolve e di cosa pensi delle teorie riparative e delle cure degli omosessuali di Joseph Nicolosi. Credi che il lavoro di Di Tolve permetta davvero di cambiare il proprio orientamento sessuale?
Il seminario di Luca non si prefigge l’obiettivo di fare cambiare l’orientamento. È un’occasione per dare voce al proprio dolore e perdonarlo. È un punto di partenza, poi il cammino ognuno lo prosegue come e se vuole. Quanto a Nicolosi, il benessere dato dalla riparativa sta nel restituire al paziente un rapporto sano con la sua mascolinità e con gli altri uomini, costruendo relazioni di amicizia libere, autentiche e non erotizzate, e spingendolo ad affrontare la proprie paure e insicurezze rispetto alla vita. Il cambiamento è solo una possibile conseguenza di questo percorso, non ciò che ne attesta l’efficacia, né esso è necessario per raggiungere il benessere.


lunedì 26 dicembre 2016

LA CANTILENA - Un racconto per voi

Nel 2011, per il corso di Alta Formazione "Il Piacere della Scrittura", dell'Università Cattolica, mi furono richiesti cinque racconti brevi, dei quali uno sarebbe poi stato pubblicato nell'antologia finale "Chi semina racconta", edita da Vita e Pensiero. Questo è il racconto che fu scelto. In occasione del Natale, lo regalo a voi.




LA CANTILENA - Un racconto di Giorgio Ponte

Abbiamo camminato tanto questa mattina. Non c’è il sole. Sento freddo e l’odore di umido mi invade le narici. Nebbia, o come mi ha detto lei che si chiama.
Siamo state in piedi. Ora da un po’ ci hanno fatto sedere.
Sudore.
È la prima cosa che avverto.
E paura.
Mia madre mi tiene la mano. Sento le sue dita stringersi attorno alle mie.
Ha paura anche lei.
È scomoda la panca. Di legno. Con l’altra mano ne afferro il bordo e sento la pelle grattare.
Le voci mi avvolgono in un guscio ovattato. Mormorano, seguendo gli altoparlanti. La cantilena che ci accompagna da sei giorni, ormai. La cantilena infinita. Quella che ci ha condotto qui.
È una strana parola, cantilena.
Somiglia a catena.
A un tratto mi rendo conto che è proprio questo, questa cantilena. Una catena. Un legame con la speranza. L’ultimo.
Mia madre mi dice di stare tranquilla, di non aver paura. Di affidarmi a Lei.
Ma sono io che vorrei dirle di non aver paura. Perché io sto bene. Sono solo stanca. E non capisco, non capisco proprio perché lei si faccia questo.
Si porta la mia mano alla bocca. Le sue labbra morbide sfiorano le mie dita. Sono umide.
“Non piangere, mamma”.
“Non piango, tesoro. Non piango” la sua voce sorride forzatamente.
Non sa mentire.
Ci spostiamo di nuovo. Per l’ennesima volta. Su e poi giù, in quello che sembra un labirinto di panche.
Accanto a me una donna che parla una lingua dura, fredda. Cantilena anche lei. È grossa. La sua coscia preme forte contro la mia mano, stretta al bordo. Indossa della lana infeltrita, ispida, che mi solletica il dorso.
Anche se non conosco la sua lingua, capisco le sue parole. Sono le stesse per tutti.
Singhiozza. Il suo cuore sciolto in quelle sillabe dure, mi commuove più del pianto di mia madre.
Essere tristi è brutto, ma dover esprimere la propria tristezza con una lingua così cattiva, è peggio. Eppure io la sento, la morbidezza del suo animo. In quel tono piagnucolante e spezzato. In quel timbro grave.
D’istinto abbandono il mio appiglio sicuro e le accarezzo la gamba, sotto la lana dura.
Sorrido voltando appena il capo. Il suo pianto aumenta. Ma la voce mi dice che il suo cuore è più leggero. Ora siamo insieme. Tutto passerà. Passerà presto.
Chissà quale peso porta il suo corpo, quale segno indelebile, forse invisibile. È grassa. Ma non può essere quello. Forse sta morendo. Come molti qui.
Mentre io continuerò a vivere, comunque.
Ci alziamo di nuovo. E stavolta qualcosa cambia. Entriamo. La stretta di mia madre si fa più forte.
Ora ho paura anch’io.
“Tesoro” si è chinata. Il suo respiro familiare mi scivola sul viso, riscaldando la pelle umida. “Tesoro” ripete. “Ora ti lascio a queste signore. Non spaventarti. Fai quello che ti dicono. Fidati”.
Annuisco.
“Io sono qui fuori. Ti aspetto".
Mi bacia sulle guance e mi stringe. Come se non ci dovessimo vedere mai più. Come se non fossimo abituate a quello.
Io, io sì. Ma lei no. Lei non si abituerà mai.
L’abbraccio, forte, cercando di risucchiare attraverso quel contatto il calore del suo corpo.
Quando ci allontaniamo sento il sale pizzicarmi la bocca.
“Vai” mi dice.
Il suo respiro si confonde fra i gemiti che vengono da fuori. A un tratto non la vedo più.
Qualcuno mi prende la mano.
“Vieni Anna” mi dice. “Rivedrai presto la mamma”.
Ho un moto spontaneo di fastidio verso quel tono accondiscendente, quell’espressione infantile. Ma faccio finta di niente, lo ignoro. Come al solito.
Camminiamo poco. L’ambiente e piccolo. Ci sono altoparlanti anche qui che trasmettono la cantilena. Rimbomba metallica sulla pareti, stordendomi. Mi sembra di essere nel bagno di casa. È anche umido allo stesso modo. I miei piedi scivolano un po’ a terra. È bagnato.
Non sono sola. L’odore della gente si è fatto più forte. Il puzzo di sudori estranei si mescola nell’aria pesante e stantia.
Ma qui nessuno parla. Nessuno risponde alla cantilena.
A un tratto la mia accompagnatrice si ferma.
“Bene, Anna” esordisce calma, mentre io tremo. “Dobbiamo toglierti i vestiti” guida la mia mano fino a una superficie fredda, liscia. “Vuoi aiuto?”
Scuoto la testa.
“Va bene. Metti pure tutto qui. Resta con l’intimo. Chiama quando hai finito. Siamo dietro la tenda. Fai presto”.
Avverto uno spostamento d’aria. Fidandomi di quella voce decisa, mi spoglio.
Non so cos’è il pudore. Non l’ho mai vissuto. Eppure in questo momento mi vergogno. Come se potessi avvertire la vergogna degli altri al di là della tenda, filtrare, fino ad attraversarmi la pelle, diventando mia.
Resto ferma, tremando, in mutandine e reggiseno.
Sento gli ultimi residui del calore di mia madre scivolare via attraverso i miei piedi nudi, sulle mattonelle del pavimento.
“Fatto” mormoro.
Di nuovo l’aria si sposta, stavolta la avverto su tutto il corpo.
Diverse mani mi tirano su le braccia. Faccio un po’ fatica a lasciarle fare. Ho freddo.
Mi appoggiano un velo addosso e guidandomi me lo avvolgono stretto intorno, sotto le ascelle. Mi abbassano le braccia per tenerlo fermo.
“Ora togli il resto, Anna”.
Impacciata nei movimenti scosto i capelli e faccio scivolare una mano sulla nuca, contro la pelle già umida, sotto il telo, per sganciare il reggiseno. Quel reggiseno che solo un anno fa mi ero conquistata.
Devo darlo via. Con la stessa incertezza nei movimenti, mi sfilo le mutandine, stringendo le gambe.
“Dai pure a me” dice la donna. “Te li ridarò dopo”.
Ora non ho più niente.
Una mano più morbida delle altre mi guida ferma, ma dolce.
“Di qua, Anna” dice. “Ora siedi. Tra un po’ sarà il tuo turno”.
Mi seggo, di nuovo, stretta nel telo.
Mentre aspetto, istintivamente contraggo gli alluci e intreccio le dita. Quanto durerà ancora?
Accanto a me avverto di nuovo respiri estranei, frammentati. Come i singhiozzi. Sentono freddo anche loro.
Mi concentro sulla cantilena. La cantilena non smette mai. Come un rumore di fondo, una nota costante, rassicurante.
Non tremo più.
Piano, piano le voci di prima chiamano altri nomi.
Veronica.
Anne Marie.
Susan.
Marta.
Solo donne. Siamo tutte femmine qui.
Ad ogni nome l’aria della tenda mi investe.
“Su-chi” il piano della panca si solleva leggermente alla mia destra. La prossima sono io.
Improvvisamente provo una gran paura. Una paura che non capisco.
“Anna, tocca a te”.
“Di già?” la domanda sfugge alle mie labbra prima che me ne accorga.
“È ora Anna” mi risponde la voce, in un modo che non so leggere.
Le mani morbide di prima mi aiutano ad alzarmi.
Facciamo pochi passi. Lo spostamento d’aria mi fa ballare il ciuffo sulla fronte. Con dolcezza, le mani sulle mie spalle mi tirano su i capelli e li fermano, alti, con una pinza.
“Che bel nome hai, Anna” dice la voce.
Accenno un sorriso, voltando appena la testa. La paura mi impedisce di parlare.
“Anche la mia mamma si chiamava così” continua lei.
Sento un nuovo spostamento d’aria. Rumore di ganci che scorrono in alto, davanti a me. Le mani di prima mi tengono stretta e ad esse se ne aggiungono altre due, sui miei fianchi.
“Ora fai attenzione” mi dice la voce. “Ci sono due gradini. È bagnato, ma non puoi cadere. Ti teniamo noi. Tu lasciati guidare. È freddo, ma non dura tanto”.
Annuisco.
Inizio a salire. I piedi lasciano le mattonelle lisce per appoggiarsi su qualcosa di duro e grezzo. Sembra pietra. Un sottile strato d’acqua la ricopre. Faccio un altro passo e salgo ancora.
Ho la sensazione che la cantilena negli altoparlanti si faccia più forte, come accordandosi alla paura del mio cuore.
Ora dovrei entrare. Sono lì. Le mani mi spingono leggermente in avanti.
Ma io non avanzo.
“No” dico.
“Che succede?” la voce di prima è carezzevole, nessuna nota di stupore. Dev’essere abituata a reazioni simili.
“Non posso…” la frase mi si spezza fra i denti.
“Perché?” la voce non ha fretta.
D’improvviso riconosco la mia paura.
“Io no. Io sono cieca”.
Non aggiungo altro. Ma la voce sembra capire. Lo sento da come mi stringe: una stretta salda, ma che somiglia a una carezza.
Sono cieca. Da sempre.
Sono talmente abituata ad esserlo che non so immaginare di essere altro. Mi va bene. Posso vivere così. Ho sempre vissuto così. Non ho mai voluto credere nemmeno per un istante che potesse essere diverso.
Invece ora spero. Irrazionalmente. Spero.
E non voglio.
Sperare mi fa male.
Eppure mi rendo conto di non saperne fare a meno, ora.
È la cantilena, quella cantilena che si è insinuata nel mio cuore, senza che me ne accorgessi.
Quella catena che mi chiede di affidarmi.
“Fidati” mi dice la voce, come se mi leggesse nel pensiero. “Non c’è nulla da temere. Nulla che possa farti male”.
Il respiro mi si calma. Annuisco. Di colpo mi rendo conto di quante donne lì fuori aspettano che io avanzi, perché arrivi il loro turno. Capisco di non potermi fermare. Ho già perso troppo tempo. Una strana frenesia mi prende. Non di vivere io il mio momento, ma di permettere a loro di vivere il loro. Raddrizzo il capo, e così, nuda, priva di tutto, lascio che le mani mi guidino.
Sollevo il piede e lo immergo nell’acqua.
È gelida.
Sale su, mentre il mio piede si immerge, dalla punta dell’alluce al tallone e fino al polpaccio: è come essere immersa in un freddo tanto greve da essersi addensato fino a diventare liquido. Però non mi fa tremare. Anzi, mi anestetizza.
È una bella sensazione, mi rende sicura.
La mani mi invitano a proseguire.
Immergo l’altro piede, più avanti rispetto al primo. E mi rendo conto che il fondo si abbassa, come in una scala sommersa.
L’acqua mi arriva oltre le ginocchia. Il telo aderisce alle gambe. Ora il freddo è tale da bruciarmi la pelle. Tengo la testa alta, mentre le lacrime mi graffiano il viso. Vado avanti, accompagnata dai pianti delle donne alle mie spalle, dalla loro cantilena di dolore.
Le sento su di me, con me: quel popolo di donne sofferenti.
Mentre avanzo, guidata dalle mani ferme delle mie ancelle, ho solo questo pensiero in mente: loro, non io.
Io no. Io posso vivere così.
Guarda loro, guarda le mie sorelle che attendono di morire.
Non so a chi sto parlando. Non La conosco. Eppure Le parlo come se non avessi fatto altro da che sono nata.
Lei.
“Vuoi immergerti?” la voce dolce mormora alla mia destra.
No, vorrei dire.
Poi l’odore di mia madre mi riempie le narici, come se fosse qui, accanto a me, in questo momento.
“Sì” rispondo.
Per te mamma. Lo faccio per te.
Basta che finisca presto.
“Affidati alle mie mani” mi dice la voce. “Lasciati andare indietro. Ti caleremo un istante sotto e poi ti ritireremo su”.
Annuisco.
Sento il buio ruotarmi attorno, l’acqua risucchiarmi nel suo ventre. Con un gemito svuoto i polmoni, la cantilena scivola via dalle mie orecchie.
E sono sola.


Il buio, gelido e denso, mi avvolge.
No. Non gelido.
Ora è caldo. Di un tepore rassicurante, che mi fa venire voglia di addormentarmi.
Non respiro. Non ne ho bisogno. Eppure sento un profumo. Un profumo strano, di fiori.
Resto sospesa in quel limbo di pace, senza tempo, e a un tratto mi rendo conto di non volermene andare.
“Lo vuoi, Anna?” la voce dolce mi parla di nuovo. La sento vibrare attraverso il mio corpo, nel vuoto nero e caldo che mi circonda.
“Chi sei?” chiedo.
“Sono io”.
“Chi?” le mie labbra non si muovono, ma la mia voce parla, nel buio. “Chi?” chiedo ancora.
Per un attimo il suo silenzio ferma il mio cuore.
“Chi?” imploro.
“Sono Lei”.
L’acqua sulla mia bocca si tinge di sale.
Annegare fra le lacrime, così si dice.
Così mi sento. Come se tutto questo nero fosse fatto solo di lacrime, di tutte le lacrime che non ho mai pianto, prima di oggi. Le lacrime mie e delle mie sorelle, che attendono.
“Perché?” sento la mia voce di bambina vibrare. Quasi non la riconosco.
“Lo vuoi, Anna?” chiede ancora Lei.
“Perché?” piango.
“Perché te lo stai chiedendo”.
Resto in silenzio.
“Racconta, Anna” la voce sorride. “Racconta ciò che hai ricevuto”.
“Perché io?” chiedo ancora.
“Racconta ciò che Dio ha fatto per te”.


Prima che possa replicare vengo strappata al silenzio, la bocca mi si apre e l’aria invadente mi gonfia il petto, stretto nel telo appiccicato alla pelle.
Sento le mani raddrizzarmi e rimettermi in piedi, mentre vengo scossa dai singhiozzi.
“Visto? Questione di un momento. È già passata” mi rassicura un’altra voce. “Ora ti facciamo uscire”.
Sto singhiozzando, ma non c’è tempo per consolarmi.
“Tranquilla. È normale” dice solo la nuova voce. E poi mi sospinge.
Incapace di dire qualsiasi cosa, continuo a singhiozzare, lasciando che quelle mani mi guidino fuori dall’acqua, indietro sui miei passi, e di nuovo al posto dove ho lasciato i vestiti.
Sono stordita, confusa. E non capisco cosa sia successo.
Con il loro aiuto mi rivesto più in fretta che posso, combattendo il tremolio irrefrenabile che mi attraversa dalla testa ai piedi.
Non è freddo.
Non so cos’è.
Prima che me renda conto, vengo asciugata alla bell’e meglio e rivestita. Qualcuno mi riconduce all’uscita.
“Resta qui” mi dicono. “Vado a chiamare tua madre”.
Mi fanno appoggiare a una specie di pilone di legno e mi abbandonano, ancora in preda ai singulti.
Resto aggrappata a quell’ancora, smarrita, per un tempo che mi pare infinito.
Lentamente, il respiro mi si placa. Muovo la testa a destra e a sinistra, in attesa, mentre la cantilena negli altoparlanti si allarga, instancabile, nello spazio aperto.
La cantilena.
Finalmente l’ascolto. Ora è nella mia lingua.
…tu sei benedetta fra le donne, e benedetto è il frutto del tuo seno…”.
E rispondo. Come mi hanno insegnato.
“Santa Maria, madre di Dio …”.
Un vento sottile ha preso a tirare, portando il rumore delle fronde degli alberi, oltre il gorgoglio del fiume. Inalo il profumo dell’erba e lascio che quell’odore, piano, piano, finisca di quietare il mio cuore.
Avverto un piacevole calore solleticarmi il viso.
Dischiudo appena le palpebre, nel bianco che mi circonda.
Sorrido.
“Anna!” la voce di mia madre. È alle mie spalle.
Sembra allarmata.
Quasi sapesse. Quasi presagisse che qualcosa è cambiato.
Mi volto e la vedo.
Per la prima volta, fra le lacrime, io vedo mia madre.

***

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venerdì 16 dicembre 2016

"LEVI": UN NUOVO ROMANZO PER RACCONTARE LA SPERANZA. "L'Amore non è questione di meriti. Mai".


Quando nove anni fa, nel mezzo di una strada che non riconoscevo più, abbandonai tutto per dedicarmi alla scrittura, guidato da una voce che mi diceva di fidarmi, il primo libro che riuscii a scrivere fu un trittico di romanzi brevi che chiamai Sotto il Cielo della Palestina e il cui intento non era altro che restituire sangue, carne e identità a tre personaggi minori del Vangelo, dei quali nulla è arrivato fino a noi se non quel singolo giorno in cui la loro strada si è incrociata con quella di Gesù di Nazareth.

Purtroppo spesso si rischia di guardare a queste persone solo come figure simboliche, dimenticando che anche loro erano uomini e donne come noi, e raccontandole solo in funzione del personaggio principale, Gesù. In queste tre storie i ruoli sono capovolti: è Gesù che si mostra e viene mostrato a partire da loro. È lui il personaggio minore (ma non secondario). Volevo mostrare gli uomini dietro e dentro la storia. Volevo scrivere un libro di pura narrativa, avvincente anche per un potenziale lettore ateo, partendo dal terreno del dramma, che qualsiasi uomo, credente o no, può comprendere.

E in qualche modo, volevo anche mettere a frutto quello che era il mio vissuto di allora, di persona salvata dalla morte.

Levi è la prima di tre storie cui devo la vita e la mia rinascita come scrittore. Quelle che, tornato da Roma come un sopravvissuto, mi hanno permesso di capire quale strada dovevo prendere. Ho cercato di ripulire il testo nel modo meno invasivo possibile, senza tradire l’anima di quel ragazzo di ventiquattro anni che ero e che li aveva scritti con entusiasmo e fiducia, prima di tutto in un Dio che mantiene le sue promesse, anche quando tutto il mondo sembra dirti il contrario. Perciò scusatemi se di tanto in tanto noterete qualche imperfezione o immaturità rispetto a Io sto con Marta!. Un buon editor non può violare in maniera strutturale il testo di un altro, anche se quell’altro è il sé stesso di qualche anno prima.

So che non si fa uscire un libro di venerdì sera, a nove giorni dal Natale, quando il formato cartaceo è ancora in lavorazione, ma vedete, ho smesso di credere che tutto nella vita debba essere programmato e organizzato al millesimo il giorno in cui un libro che tutti avevano rifiutato per quattro anni, è salito in vetta alla classifica di Amazon senza l’aiuto di nessuno (se non delle persone “normali” che lo avevano letto e amato) e ci è rimasto fino a convincere uno di quegli stessi editori che avevano detto “no” quattro anni prima, a tornare sui suoi passi.

Se avessi dovuto sempre seguire ciò che era “sensato” fare o non fare, oggi non sarei ciò che sono, non sarei mai diventato scrittore, non avrei mai pubblicato con Mondadori, e non vivrei in una delle città più care di Italia da sette anni, senza sapere da un mese all’altro se avrò un lavoro che mi permetterà di restare qui.

Perciò sì, voglio fidarmi ancora e fare una cosa folle, l’ennesima, in un momento in cui non ho più alcun lavoro in mano che non sia scrivere per conto di Dio. Come per il mio primo romanzo ho avuto mille interessamenti negli anni da parte dei professionisti; nessuno dei quali però, pur lodando la scrittura, ha avuto poi il coraggio di fare diventare questo, un libro vero.

Così ho deciso di nuovo di regalare questo libro alle persone.

Voglio ricordarmi che il motivo per cui scrivo è perché la gente legga e attraverso le mie parole possa essere felice. Perciò dono queste tre storie a chiunque le vorrà leggere, proprio come ho fatto con Io sto con Marta!. E mi scuso, se magari, dopo avervi fatto ridere, questa volta potrei farvi piangere. Nel caso vi ringrazio. Non c’è dono che un uomo possa fare a un altro, più prezioso delle proprie lacrime.

Se Dio vorrà, come per la mia prima eroina, anche Levi passerà di mano in mano per diventare un libro in carta e ossa.

Se voi vorrete, le vostre mani ancora una volta saranno le mani di quella Provvidenza che non dimentica nessuno dei suoi figli.

A chi crede, e a chi ancora no, non smettete di cercare la Speranza.

Voi siete meravigliosi.


LEVI è acquistabile in formato digitale sia su Amazon che su Kobo e iTunes.

giovedì 15 dicembre 2016

LE PICCOLE GRANDI DIFFERENZE. Da LinC Magazine, Settembre 2015


In questi giorni sta facendo molto scalpore la notizia della nomina di un ministro dell'istruzione senza laurea, che già in passato aveva cercato di inserire la teoria del Gender nelle scuole: l'ideologia secondo la quale chiunque può scegliere la propria "natura" in modo del tutto arbitrario e scollegato dal proprio corpo, secondo la sua percezione soggettiva e senza tenere conto di qualsiasi dato di realtà. Per fare questo bisogna ovviamente partire dal presupposto che nessuna differenza sia rilevante, perché chiunque possa essere ciò che vuole in base a come si sente, maschio, femmina o "varie ed eventuali" (per chi volesse saperne di più, rimando al numero di "Alzati e Cammina" della Comunità Bethel uscito qualche tempo fa, dal titolo "Gender D-Istruzione", interamente dedicato al tema, e nel quale c'è anche una mia lunga intervista in merito). Posto che la teoria del Gender è già ovunque, a prescindere da quale sia il ministro in carica, ed essa è spesso mascherata e confusa dietro a programmi e attività antidiscriminazione sessuale, pubblico qui di seguito la storia di un ragazzo speciale che conobbi un anno fa durante una gita con i miei ragazzi: qualcuno che con le differenze e con il limite ad esse connesso doveva farci i conti tutti i giorni. E che sapeva bene che non c'è natura e identità che prescinda dal nostro corpo.

***

Quest’estate accompagnando dei miei alunni in vacanza-studio in Inghilterra, abbiamo avuto la possibilità di imbatterci in un gruppo di spagnoli con cui condividevamo il campus. Fin qui nulla di straordinario, se non fosse che uno di loro era affetto da nanismo. Lo chiameremo Juan.

Ora, sarà capitato anche a voi, di fronte a persone che hanno una disabilità evidente, di provare quel senso di imbarazzo che oscilla tra il desiderio di fare sentire la persona a suo agio e la paura di eccedere in attenzioni che finiscano col farla sentire commiserata. Il tutto spesso unito a quel vergognoso pensiero che nessuno ammette mai, ma che automaticamente si staglia nella nostra mente: poverino.

Bene, di fronte al “piccolo” quattordicenne anche io mi sono ritrovato ad assumere questo atteggiamento.

È bastato un pomeriggio però, perché Juan mi facesse rimangiare la mia carità pelosa.

Alla prima partita di calcio organizzata dal campus, mentre io venivo guardato male dall’organizzatore per due miei ragazzi che fingendo un malore avevano deciso di ritirarsi, Juan sconvolgeva tutti i presenti col suo gioco da semiprofessionista. Il piccoletto, sfruttando la taglia minuta, riusciva a svicolare tra le gambe degli avversari arrivando facilmente a segnare. Persino io che di calcio non ne capisco niente sono rimasto affascinato. Ed è così che abbiamo scoperto che Juan praticava con successo una certa quantità di sport fra cui basket, nuoto, surf, biking e dio solo sa cos’altro. In un attimo è diventato il leader del campus.

Insomma, poverino un corno.

Questa storia ha a che fare ovviamente con la Diversity, tema di attualità sul palcoscenico internazionale. Tuttavia non si può parlare di diversità senza parlare di limite, concetto cui essa è legata a filo doppio e che però fa storcere il naso a molti.

Perché vedete, osservando questo ragazzo nano mi sono reso conto che ciò lo rendeva straordinario non era il fatto di considerarsi uguale a tutti gli altri, ma proprio la coscienza di essere diverso, e in quanto diverso, limitato. Era il limite ad avvicinarlo agli altri, non il contrario.

Ciò che infatti rende diverso ciascuno di noi, se da un lato ci offre delle opportunità, dall’altro inevitabilmente ce ne preclude altre. Il punto non è battere i piedi per ciò che non possiamo fare, ma valorizzare al massimo quello che ci è possibile.

Juan, insomma, ha capito che diverso non significa peggiore, e questo gli ha permesso di trasformare ciò che agli occhi del mondo appariva una debolezza, nel suo punto di forza. Tanto da non sentirsi umiliato quando qualcuno dei suoi amici all’occorrenza gli prestava le proprie gambe portandolo in spalla come un bambino.

Ora, agli sgoccioli di Expo, rappresentazione in piccolo di un pianeta variegato e interconnesso, l’augurio che possiamo farci e che la stessa consapevolezza di Juan possa essere un’eredità di questa esperienza: le diversità, biologiche quanto culturali, arricchiscono nel momento in cui sono rispettate e non ignorate. E questo è vero su molti fronti. 

Prova ne sia il fatto che anche in un mondo del lavoro che tende a uniformare le competenze perché ogni dipendente sia sostituibile, le aziende che valorizzano di più le peculiarità dei singoli sono anche quelle che rendono di più, perché sfruttano al meglio le risorse che hanno.

D’altra parte sapere di essere stati scelti perché siamo noi, con i nostri limiti, ma soprattutto con i nostri pregi, costituisce un grande motivo di gratificazione e di gratitudine per qualsiasi dipendente.

E un dipendente gratificato, si sa, è un dipendente che lavora bene. “Piccolo” o grande che sia.

A tutti, chi ce l’ha e chi ancora no,

Buon Lavoro!

mercoledì 7 dicembre 2016

"MI SONO ALZATO IN PIEDI, HO DATO VOCE AL MIO SILENZIO" da Tempi, 13 Maggio "015

So che in molti hanno già letto questo pezzo, ma essendomi riproposto di utilizzare questo blog anche come archivio di quanto già scritto in passato, non potevo non pubblicare l'articolo che mi ha permesso di uscire allo scoperto il 13 Maggio del 2015, non a caso giorno della Madonna di Fatima. E non a caso lo faccio oggi, giorno di Sant'Ambrogio, alla vigilia di un'altra importante festa Mariana.

Allora volli raccontare la mia storia, prendendo una "posizione" chiara (in tutti i sensi) su questioni che erano e sono di vitale importanza per tutta la società civile. Oggi che alcune delle leggi contro le quali mi sono battuto insieme a tanti sono passate, il mio cuore e il mio impegno sono ancora attivi e presenti per chi, da persona con tendenze omosessuali, sta cercando una strada in questo mondo e in questa Chiesa. Una strada che sia fuori dai luoghi comuni, per vivere da uomo e da persona la propria vocazione ad amare "dando la vita per i propri amici", lì dove è, con quello che ha. Per dimostrare che ogni vita può fare la differenza. 

Oggi come allora non mi spaventano le conseguenze, quantomeno non più di quanto mi spaventa l'idea di vivere sapendo di non aver fatto tutto quanto potevo fare. Che l'Immacolata e Sant'Ambrogio, persone che la vita l'hanno data fino all'ultima goccia, veglino e benedicano le esistenze di tutti noi.

A chi crede e a chi ancora no: non smettete di cercare la Speranza.


***

Ho scritto e riscritto mille volte questo pezzo, ossessionato dal fatto di avere troppo da dire, e forse non abbastanza spazio per farlo, ma alla fine ho deciso di partire dal cuore di ciò che ritengo importante. Per il resto ci sarà tempo.

Mi chiamo Giorgio Ponte, ho trent’anni, sono uno scrittore, ho tendenze omosessuali, e sono stanco di sentire le associazioni gay parlare in mio nome su ciò che ritengono io dovrei pensare.

Oggi scrivo per dire che io non mi ritrovo in nessuno dei pensieri da loro sostenuti.

Il ventitré ottobre 2014 Tempi pubblicò una mia lettera-testimonianza firmata solo col mio nome, come omosessuale fra le Sentinelle in Piedi, sceso in piazza contro il disegno di legge sulle unioni civili Cirinnà e il ddl Scalfarotto sull’omofobia, che avrebbe introdotto nel nostro ordinamento il reato di opinione (con il rischio per chiunque di finire in galera solo per avere scritto un articolo come quello che state leggendo ora).

In molti dissero che la testimonianza era falsa e il suo autore un invenzione. Qualcuno commentò che non era strano che tutti “questi presunti omosessuali cattolici” fossero sempre anonimi, poiché era ovvio che essi non potessero esistere.

Ecco, ora lo sapete: io esisto.

E ora provate a dirlo a me, che sono omofobo.

Scrivetelo ovunque, gridatelo nelle piazze: io esisto e non mi sento discriminato da chi sostiene la natura fondamentale dell’uomo. Io e i miei fratelli che vivono come me e che hanno il buon senso di riconoscere la realtà delle cose, prima fra tutte che nessun essere umano può essere ridotto a un aspetto di sé, men che meno a ciò che lo attrae o lo fa eccitare. Poiché avere una pulsione non definisce un’identità.

La differenza tra eterosessuali e omosessuali è una menzogna creata per dare risposta al dolore di generazioni intere che non riescono più a riconoscersi come uomini o come donne. Ma non è lì che troveranno la pace. Almeno non è lì che l’ho trovata io.

Esiste un solo mondo e una sola natura cui appartenere: quella umana. E l’unica differenza reale in questa natura è quella tra maschile e femminile. L’unica differenza la cui unione può generare la vita.

Questa non è omofobia.

Dire che due omosessuali non possono avere figli non è omofobia.

Dire che l’omosessualità ha delle cause psicologiche non è omofobia.

Dire che assecondare ogni nostro desiderio non sempre porta alla nostra felicità non è omofobia.

Dire di essere cristiani non è omofobia.

È vero: le persone omosessuali hanno vissuto decenni, qualche secolo a fasi alterne, di torture, persecuzioni e soprusi mostruosi e disumani, e ancora oggi in molti paesi esse rischiano la vita. Questo andava e va combattuto, ed è certamente il merito più grande (se non l’unico) che riconosco alle associazioni gay, soprattutto dei primi anni settanta.

Tuttavia, questo orribile passato non può diventare l’alibi per negare la realtà dell’uomo e impedire a chi la afferma di parlare. Sennò, come spesso accade, le vittime diventeranno carnefici, per assecondare il loro desiderio di vendetta.

Se negli anni cinquanta non avrei potuto dire di provare attrazione per persone del mio stesso sesso, non è ammissibile che oggi io debba avere paura di dire che per me la famiglia può essere formata solo da un uomo e da una donna.

Da quando ho scelto di condividere la mia storia con altre persone ho capito che il novanta per cento delle attività persecutorie nei confronti degli omosessuali sono più nella testa dei gay, che non nei presunti “omofobi”.

Forse, se gli attivisti gay la smettessero di frequentarsi solo tra loro e di andare in giro con il fucile spianato alla ricerca di potenziali nemici, potrebbero rendersene conto. Forse è sulla loro eterofobia che varrebbe la pena di riflettere.

Certo: violenti e stupidi esistono, così come gente che è stata picchiata o discriminata realmente per la sua sessualità.

Ma non è con una legge per tappare la bocca a tutti che ci si tutela dalla violenza e dalla stupidità di alcuni.

Gli stupidi e i violenti si affrontano senza recriminazioni, con la superiorità di chi non ha bisogno di dimostrare niente, che testimonia nella vita di ogni giorno la sua dignità, senza finzioni, ma al tempo stesso senza la pretesa di essere trattato con le stesse cure di un animale in via d’estinzione.

Per questo sono qui oggi e chiedo scusa per avere atteso così a lungo, a chi forse aspettava da tempo una testimonianza del genere.

Sono qui per dire a tutti coloro che vivono la mia condizione che io non mi ritengo né migliore né peggiore di nessuno per le mie pulsioni sessuali e non ho bisogno di organi speciali che mi tutelino, né di leggi a parte o di trattamenti privilegiati, ma solo di essere amato in verità, come ogni altra persona sulla terra. Poiché solo conoscendo la verità su ciò che siamo, potremo sperare di vivere serenamente ciò che ci è dato.

Parlo per quei fratelli che piangono il limite della loro condizione e non vorrebbero rinunciare al desiderio di paternità: non sarà un figlio creato in laboratorio a saziare questo desiderio, ma la consapevolezza che essere padri significa prima di tutto amare da padri. Si diventa padri quando si è capaci di dimenticarsi di sé, di dare la vita per coloro che abbiamo accanto, di trarre gioia dalla gioia altrui.

Se questo lo vivete già, allora siate felici, non piangete per ciò che non potete avere, ma ringraziate di ciò che siete: voi siete già i padri che dovete essere. Oggi, adesso, per coloro che amate.

Parlo per i miei fratelli che si sono sentiti emarginati, additati, ridicolizzati, che hanno creduto che le loro pulsioni fossero un castigo, che non hanno trovato una parola d’accoglienza che fosse accompagnata dalla verità, magari nemmeno all’interno di quella Chiesa che è stata per me madre, e per loro forse matrigna, perché coloro con i quali hanno parlato in suo nome non erano in grado di dirla, quella verità. Forse perché nemmeno loro la conoscevano.

Respirate, rilassatevi, siate felici: la Chiesa non vi odia, Dio non vi odia e nemmeno il mondo. Quantomeno non questa società in cui viviamo. Affermare, infatti, che l’omosessualità non è necessariamente una condizione immutabile e che solo un uomo e una donna possono concepire un figlio non è sintomo di odio, né una minaccia per chi questo amore non riesce a viverlo.

È solo un’evidenza.

Siate felici, perché si può accogliere la propria omosessualità anche senza bisogno di trasformarsi in un cliché da sit-com come fa il mondo gay con i suoi adepti. Ci sono uomini che hanno vissuto per anni nel mondo gay e oggi sono sposati a donne straordinarie con cui hanno costruito una famiglia; così come conosco fratelli che come me, desiderando la castità, cercano di amare senza bisogno di possedere il corpo di altri, né di violare il proprio.

Noi siamo molto di più delle nostre pulsioni e delle ferite della nostra anima e sebbene non sempre abbiamo potere sui nostri istinti, sicuramente lo abbiamo su ciò che scegliamo di fare con essi.

Perché un uomo non si definisce in base alla sua capacità di fare sesso con una donna, né dal numero dei suoi partner sessuali, ma da quanto è capace di prendere in mano la sua esistenza smettendo di piangersi addosso.

Non giudico chi fa scelte diverse dalla mia, non desidera la castità o non è interessato a mettersi in discussione sul proprio orientamento sessuale. Lo capisco, so quanta fatica richieda. Ho amici che da sempre cercano e vivono relazioni con persone dello stesso sesso, animati da desideri buoni, e li rispetto. Così come conosco le dinamiche peggiori del mondo gay, il sesso occasionale, le chat e coloro i quali hanno scelto di fare di quello la loro vita, mettendo a tacere il grido della loro anima. Io stesso ho vissuto tutte queste cose in un passato nemmeno troppo distante. Conosco queste debolezze e potrei ricadervi in ogni momento. In sostanza non giudico chi ha perso la speranza o a questa speranza non è interessato.

Ma chi quella speranza vuole toglierla agli altri, sappia che prima o poi dovrà risponderne davanti alla propria coscienza. Soprattutto se per farlo strumentalizza dei figli che non gli appartengono, privandoli della famiglia cui hanno diritto.

Siamo in molti a pensarla così, molti più di quanti voi crediate. Molti vivono nell’anonimato, spaventati per il clima che si sta respirando in questo mondo “civile e democratico”, dove il prezzo per il comune quieto vivere è diventato il silenzio. Stiamo assistendo all’elogio della follia, senza nessuno che abbia il coraggio di gridare “il re è nudo!”

Bene, se serve qualcuno che gridi perché altri trovino il coraggio di farlo, allora sarò io a gridare.

Altri hanno già iniziato e di certo non sono membri di azione cattolica: Dolce e Gabbana, Aldo Busi, Nino Spirlì.

Altri, lo so, lo faranno ancora.

Non è necessario infatti avere un orientamento eterosessuale, essere cattolici o appartenere a un dato schieramento politico per sostenere l’evidenza della realtà. Basta essere persone di buon senso e riconoscere che una cosa non può cambiare la sua natura solo perché le si cambia nome. Ne sì possono attribuire nomi uguali a cose diverse.

I bambini hanno diritto a una famiglia in cui crescere.

E una famiglia è quella fatta da uomo e donna.

Se dal nostro silenzio dipenderà il passaggio di leggi e ordinamenti che causeranno la sofferenza di migliaia di persone, quel silenzio ci perseguiterà come un marchio d’infamia per il resto della nostra vita.

Non possiamo più voltarci dall’altra parte.

Il ddl Cirinnà è già passato alla Comissione Giustizia al Senato e si propone l’obiettivo di equiparare unioni civili e matrimonio permettendo l’adozione da parte di coppie omogenitoriali, il che, unito all’abolizione della legge 40 e alla conseguente legalizzazione dell’utero in affitto, trasformerà le donne in fornitrici di materiale biologico e incubatrici a pagamento, privando migliaia di bambini di almeno uno dei loro genitori naturali.

Il 23 maggio come Sentinelle in Piedi scenderemo di nuovo in centinaia di piazze per manifestare pacificamente contro chi vuole smembrare la famiglia e privare le nuove generazioni di radici e identità. È tempo di agire, di essere uomini e donne veri, capaci di vivere e morire per questi figli creati già orfani in laboratorio, che un giorno ci chiederanno dove eravamo, mentre si infliggevano loro ferite esistenziali in nome del presunto diritto di qualcuno ad affermare una bugia su se stesso. Perché due persone dello stesso sesso non potranno mai concepire un figlio, e non c’è donatore esterno, né utero in affitto che possano nascondere questa verità.

Oggi siamo chiamati a prendere posizione, a dire che anche avendo tendenze omosessuali si può riconoscere la verità. Oggi siamo chiamati a riprenderci la voce che i movimenti gay ci hanno rubato. Oggi siamo chiamati a dire il nostro sì alla vita, diventando veri padri e madri delle generazioni future.

Mi chiamo Giorgio Ponte, ho tendenze omosessuali, sono amato da Dio e amo l’essere umano.

Mi sono alzato in piedi, ho dato voce al mio silenzio.

Io esisto.

E tu? Cosa stai aspettando?