mercoledì 5 luglio 2017

"PARLA E NON TACERE!" - Per Ricci, Charlie, e tutti quelli che non hanno voce



Dopo alcuni mesi di fuoco durante i quali diverse vicende personali mi hanno portato un po’ fuori dalla rete, per occuparmi della vita (che come sempre viene a bussare alla porta quando e come decide lei) torno a scrivere sul mio blog a un giorno dalla partenza con i “miei” ragazzi che accompagno in vacanza studio per la terza volta (peraltro in uno dei luoghi meno sicuri al mondo, parrebbe dagli ultimi eventi: Londra. Pregate per noi).
Normalmente ho bisogno dai tre giorni a una settimana per scrivere un post che sia degno della lingua italiana e che abbia in sé un senso logico (oltre che una piacevolezza nella lettura, da non trascurare quando vuoi che la gente legga quello che scrivi). Oggi però questioni urgenti si sono fatte presenti e, per quanto i miei tentativi di disintossicazione da televisione e telegiornali stiano andando globalmente bene, anche io ogni tanto vengo raggiunto dagli eventi che più toccano l’umanità. Perciò vi chiedo scusa se mi sono ridotto solo ora, a giochi praticamente fatti, a dire qualcosa su alcune faccende pubbliche che hanno risvegliato l’attenzione di molti. Vi chiedo scusa se ne parlo di fretta. Vi chiedo scusa anche perché probabilmente quello che ho da dire non ha nulla di rilevante da aggiungere a quanto già è stato detto.
E tuttavia qualcosa devo dire. Devo parlare.
Non per dare sfogo alla rabbia, non per dare aria alla bocca, come tanti nell’era dei social tendono a fare, considerando se stessi il centro del mondo.
Devo parlare perché è giusto. Perché mi è chiesto. Da uomo, da cittadino, da padre, e da cristiano.
Soprattutto da cristiano.
“Parla e non tacere” diceva Gesù in una visione a San Paolo. Lo stesso San Paolo che diceva “testimoniate in maniera opportuna e inopportuna”. Quasi a ricordarci che quando si tratta di testimoniare, ciò che conta davvero non è come lo si fa. Ma che lo si faccia.
Sempre. Ogni volta che ci è chiesto.
Ora, io non sono di certo San Paolo, ma credo che quell’invito rivolto a lui, in fondo sia l’invito che viene rivolto a ciascuno di noi, credente o meno, in questi tempi in cui la libertà di parola non è più un diritto riconosciuto, in oriente quanto in occidente.
Eh sì, anche nel nostro occidente. Perché se in oriente si viene uccisi, qui da noi, nella “civiltà del progresso” si finisce sotto processo (quando non si viene uccisi anche qui deliberatamente, come in maniera orribile sta dimostrando la storia del piccolo Charlie).
Ed è quello che sta accadendo al mio amico Giancarlo Ricci, per il quale oggi torno a scrivere.
Psicanalista milanese con più di quarant’anni di esperienza alle spalle, giudice onorario del tribunale dei minori, che, chiamato a presentare il suo libro durante la trasmissione “Dalla vostra Parte” con Paolo del Debbio, ha osato dire che per il bambino “la funzione di padre e madre è essenziale e costitutiva del percorso di crescita”.
È bastato questo per far scattare l’aggressione verbale in loco, con l’accusa di “omofobo” e “fautore dell’odio” (benvenuto nel club, Giancarlo!) e il successivo procedimento disciplinare dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia, di cui aspettiamo il verdetto nei prossimi giorni.
Bene, come ho già fatto in passato per Luca Di Tolve e i servizi scandalistici delle Iene (che un giorno cercano di screditare Luca, e il giorno dopo dimostrano che le cose che Luca ha sempre raccontato sono vere, denunciando i finanziamenti dell’Unar alle Saune dell’Andoss) ho deciso di dire la mia in questa faccenda di cui mi ritengo, e lo dico ufficialmente, “persona interessata dei fatti”.
Non si tratta infatti solo di riconoscere l’evidenza: e cioè che se un essere umano, da che esiste il mondo, ha bisogno di un uomo e di una donna per nascere, forse è perché nella migliore delle condizioni possibili ha bisogno di un uomo e di una donna anche per crescere (quando una donna con patrimonio genetico XX sarà in grado di generare spermatozoi ne riparliamo).
Oltre questo c’è anche un elemento personale della mia storia che mi fa sentire la responsabilità di parlare in difesa di Ricci, che non a caso definisco amico: io sono stato suo paziente. Quindi, come per i seminari di Luca Di Tolve, quello che io testimonio oggi non è un’opinione costruita su un ragionamento, ma la mia esperienza diretta.
Sono pronto a testimoniare davanti a qualsiasi giuria il bene che quest’uomo mi ha fatto, la grande dolcezza e accoglienza che ha avuto, oltre al rispetto profondo della mia persona, anche nel momento in cui ho scelto per ragioni personali di interrompere la terapia.
Già perché se vogliamo parlare di diritti, allora fra questi anche i miei sono stati lesi. In un’epoca in cui ogni desiderio è diritto, io rivendico il mio desiderio e quindi diritto ad andare, se voglio, da uno psicoterapeuta che conosce anche le teorie di Nicolosi e la sua teoria riparativa e cercare di farmi aiutare da lui.
E tanto per dire, io Nicolosi se potessi lo farei leggere ad ogni persona con attrazione omosessuale sulla faccia della terra, non perché “diventi” eterosessuale, ma per aiutarla a capire le passioni che la animano a volte in modo incontrollato e che alla lunga portano a un sofferenza immane, che lo si ammetta o meno.
E tuttavia, oggi non scrivo per convincervi della bontà della Riparativa, che io sostengo pur avendo ancora attrazione omosessuale, né per convincervi della bontà di questa persona, Giancarlo Ricci.
Infatti sono certo che molti che vedono anche me come un “fautore dell’odio” sarebbero pronti a trarre conclusioni in merito, che non facciano che dimostrare la loro teoria.
Mi pare già di sentirli: “se i frutti di Ricci sono i Giorgio Ponte di turno, tutto torna. E lui non è nemmeno cambiato”.
No, io sono qui a difendere la libertà di espressione e la professionalità di un uomo che in tanti anni di esperienza ha aiutato centinaia di persone.
Voglio che in uno stato democratico chiunque dica che un padre e una madre sono necessari per lo sviluppo di un bambino come lo sono per il suo concepimento, abbia la libertà di dirlo, almeno tanto quanto lo hanno gli studiosi della parte “avversa” che dicono il contrario. Dal momento che tutta la psicologia evolutiva dalle sue origini ha sempre dimostrato e sostenuto questo, per ben più decenni di quanto non abbiano fatto le moderne teorie del Gender.  
Rivendico per ogni teoria che abbia studi a supporto almeno la pari dignità nel dibattito scientifico. Soprattutto per una scienza che per definizione NON è esatta come la psicologia, e che per sua natura si rifà a teorie e approcci differenti e in continua evoluzione.
O dovremo iniziare a dire che anche i diversi approcci terapeutici per curare questo o quel disturbo sono giusti o sbagliati? Che la Psicanalisi è migliore della Cognitivo-comportamentale; o che la Gestalt lo è rispetto all’Analisi Transazionale?
Che dibattito scientifico è quello che mette a tacere la pluralità di voci, scegliendo una lettura e difendendola ad ogni costo, denigrando chi la pensa diversamente come il peggiore squadrone di ultrà allo stadio, per pura “fede” sportiva?
Qualcuno dirà che il mio discorso lo faccio solo per motivi di fede, e che per la mia fede non sono attendibile. Ma anche questo è un pregiudizio al contrario.
Amici anticattolici che additate noi cristiani come quelli che non ragionano con la loro testa in nome di un Dio che non esiste: attenzione a sostituire il nostro Dio che non esiste, con un altro Dio-ideologia dai modi molto più coercitivi del nostro. Finora non mi pare che nessuna gendarmeria vaticana abbia messo sotto processo qualcuno che fa affermazioni contrarie alla dottrina della Chiesa.
Anzi, persino i più eretici tra sacerdoti e vescovi oggi parlano disconoscendo pubblicamente il vangelo senza che nessuno fiati. Dalla benedizione delle coppie unite civilmente; alla negazione dell’esistenza del demonio; alla riduzione di Cristo al “primo comunista della storia”; alla visione dell’omosessualità come natura alternativa a quella maschile o femminile: nella Chiesa tutti parlano a sproposito e nessuno interviene. Un sistema che non è di per sé democratico, mostra una democrazia cento volte superiore a quella dei nostri stati occidentali dove riconoscere l’evidenza della natura nel suo binomio maschile-femminile è diventato un crimine.
Bene, io oggi sono qui a schierarmi in prima fila per dire che Giancarlo Ricci merita di essere difeso da ciascuno dei suoi pazienti e colleghi, che vivendo nell’ombra e nella paura di finire vittime come lui, restano in silenzio, senza capire che se si sollevassero tutti insieme, scoprirebbero di essere un esercito di migliaia di persone che nessun governo e nessuna ideologia potrebbe zittire. Di più, se oggi la gente comune ragionasse al di fuori del politicamente corretto, capirebbe che ogni cittadino libero che si ritenga tale e voglia restarlo in questa nazione, come in questo nostro mondo, dovrebbe farsi carico di difendere uno come Ricci.
Parlo e non taccio, perché oggi questo è chiesto a me come a tutti noi. Anche a te, che leggi e pensi di non potere fare la differenza.
Certo, non la parola di tutti ha lo stesso peso sull’intera società. Basti pensare al tristemente famoso Charlie.
Dio sa se non avrei voluto una parola chiara, in difesa di quella vita innocente che uno Stato libero sta decidendo di uccidere contro il volere dei suoi genitori, da parte di chi potrebbe fare la differenza. Piangiamo i bambini morti per gli sbarchi. E facciamo bene. Ma quando quei bambini li uccidiamo noi qui, “legalmente”, nessuno ha il coraggio di dire “No!” in modo chiaro, facendo nomi e cognomi e non solo discorsi generici.
Almeno nessuno la cui voce conti davvero, dopo che milioni di voci si sono levate inutilmente.
Nemmeno quella di una Regina che per definizione è chiamata ad essere madre del suo popolo, oltre che rappresentante per esso di Dio, e che oggi resta in un silenzio che le sporca le mani di questo sangue innocente. Un capo deve avere il coraggio di prendere decisioni impopolari per salvaguardare la vita di coloro di cui ha la responsabilità. Così come un padre deve saperlo fare per i propri figli. Anche per quelli che piangono o battono i piedi.
O non è capo e non è padre. E persino le madri ora, sono state uccise.
Da che ho memoria ho sempre sentito molto forte il peso della responsabilità personale nel denunciare o meno il male attorno a noi. Ho sempre creduto che se sono spettatore di un male e resto in silenzio, allora il mio silenzio mi avrebbe reso complice di quel male.
E quindi io, almeno io, anche se non sono capo di nulla, parlerò.
E parlerò proprio per dire questo: che bisogna parlare.
Ciò che sta accadendo ai genitori di Charlie, ciò che sta accadendo a Giancarlo Ricci e a tanti altri come lui, ci dice questo: che il tempo della diplomazia è finito. E quello della dittatura e della persecuzione incombe. Anzi è già cominciato. E voi che credevate di potere defilarvi, restando tranquilli nelle vostre case, ignorando il male che dilaga, curandovi solo dei vostri figli e del vostro orto, sarete comunque raggiunti da questa guerra da cui siete fuggiti, nascondendovi dietro al pensiero che qualcun altro avrebbe fatto per voi; che voi non siete adatti; che “ognuno ha la sua chiamata, e questa non è la mia”. Questa guerra mascherata da dibattito, combattuta a colpi di “legalità”, vi verrà a prendere. Che vi piaccia o no. Per quanto ancora vorrete restare in silenzio?
Nessuno vuole combattere. Nessuno vuole il conflitto. Ma nessun uomo che si ritenga tale dovrebbe sottrarsi ad esso, nel momento in cui al conflitto viene chiamato per difendere ciò in cui crede e soprattutto coloro che ama.
E ora non usate il povero Gesù come fantoccio per giustificarvi: “Lui non ha combattuto, una guerra. Lui ha porto l’altra guancia. Ed è morto”.
Se volete tirare in ballo Gesù allora siatene all’altezza. O almeno provateci. Gesù era un uomo vero, che come tale sapeva dire le cose e non si è mai tirato indietro nel dire la Verità. Ed è in nome di quella Verità, che è morto.
Non era un placido imbecille masochista che si è fatto ammazzare per il gusto di farlo. Da uomo ha fatto ciò che gli era chiesto, e ne ha portato il peso delle conseguenze fino in fondo, morendo. Da Dio, ha trasformato quello che per gli uomini era un fallimento, nella più grande vittoria della storia dell’umanità.
Ha combattuto. Altroché se ha combattuto.
Se prendi lui ad esempio, allora sii pronto a fare come lui.
Muori.
Muori per salvare coloro che ami. Muori combattendo.
Per Charlie, per Giancarlo Ricci, per ogni indifeso che grida giustizia davanti a Dio.




martedì 30 maggio 2017

DIO ESCE ALLO SCOPERTO - Quando le ferite di uno, sono le ferite di tutti (finalmente il DVD!)

Fra i più di sessanta incontri fatti in giro per l'Italia l'anno scorso, mi è capitato più di una volta di girare per promuovere un film documentario dai creatori di "Terra di Maria" (capolavoro, se non lo avete ancora visto, fatelo!) che molto ha a che vedere con la mia storia personale. Si tratta del film "Dio esce allo scoperto", nato un paio di anni fa in Spagna e di cui da poco è finalmente uscito il DVD distribuito in tutte le librerie San Paolo (non alle Paoline), e ordinabile anche sullo store di infinitomasuno a questo link. Qui di seguito pubblico la recensione che scrissi in merito per La Croce e che fu ripubblicata da Costanza Miriano.

Libri, film, o spettacoli, chi mi conosce sa che io non parlo mai di qualcosa che non abbia visto e che non mi sia personalmente piaciuto, così come non ho mai chiesto a nessuno di promuovere un mio romanzo senza averlo prima letto. È perciò con estrema convinzione che oggi vi parlo di questo film che per me andrebbe proiettato in ogni sala pubblica e privata dello Stivale, dalle Alpi a Pantelleria, perché tutti possano vederlo.

Dio esce allo scoperto è un documentario che ripercorre la vita di Ruben, uomo messicano che per essere vissuto in una famiglia dalla quale non si è mai sentito accolto (scoprirà troppo presto il tragico motivo), deciderà di voltare le spalle a Dio, incolpandoLo del male subito e sperimentando ogni tipo di strada offerta dalla società moderna per la “realizzazione di sé”. Questa scelta farà precipitare Ruben in una spirale sempre più profonda di disperazione: dal sesso occasionale, alla prostituzione, fino alla perdita dell’identità. Un passo dopo l’altro, una caduta dopo l’altra, Ruben percorrerà tutti i gironi dell’inferno fino a toccarne e il fondo.

E sarà lì, al fondo dell’inferno, che Dio verrà a riprenderselo.

Fin qui nulla di strano. Nella sua essenza, la storia di Ruben è la storia di tutti: nascita, morte, resurrezione.

E già questo basterebbe a spiegare perché, secondo me, questo film andrebbe visto da chiunque. Indifferentemente da quale sia l’origine del vostro male, infatti, ciò che realmente conta è che quel male non è mai né l’unica, né l’ultima parola su di voi.

C’è però un’altra ragione, e non è meno importante della prima. 

Ruben ha tendenze omosessuali. 

Sì, avete capito bene: questa è una motivazione per cui tutti farebbero bene a guardare questo film. 

Tutti, non solo gli omosessuali. 

E arriviamo al punto: il dolore delle persone che hanno problemi di identità sessuale, riguarda solo queste persone? Semplifico la domanda: il dolore di ciascuno è affare solo suo?

Io non credo. E non solo io, a quanto pare, almeno secondo quanto riportato dall’allora cardinale Ratzinger nella Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali (a questo link il testointegrale).

Cito: “Nella Dichiarazione su alcune questioni di etica sessuale del 1975, la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva sottolineato il dovere di cercare di comprendere la condizione omosessuale. […] Ma occorre chiarire bene che ogni allontanamento dall’insegnamento della Chiesa, o il silenzio su di esso, nella preoccupazione di offrire una cura pastorale, non è forma né di autentica attenzione né di valida pastorale. […] Un programma pastorale autentico aiuterà le persone omosessuali a tutti i livelli della loro vita spirituale […]. In tal modo, l’intera comunità cristiana può giungere a riconoscere la sua vocazione ad assistere questi suoi fratelli e queste sue sorelle, evitando loro la delusione e l’isolamento”.

Capite? “L’intera comunità cristiana”. Il dolore di chiunque non è mai affare solo suo. Non nella Chiesa almeno. Non in quella che dovrebbe essere immagine della Nuova Umanità.

Siamo nel 1986, e da allora questa è rimasta per lo più lettera morta, salvo tentativi eroici di singoli pastori illuminati, o semplicemente armati di buona volontà.

Ma la buona volontà non è sempre sufficiente. Bisogna anche fornire gli strumenti, non solo spirituali, ma anche psicologici e umani perché i pastori e le comunità possano capire davvero e in maniera adeguata la situazione e il dolore di chi ha tendenze omosessuali, per potere aiutare nel modo giusto questi fratelli, prima di tutto senza lasciarli soli.

Sia chiaro: il mio non è un inno al “volemose bene”, né un voler porre l’accento sul dolore delle persone omosessuali come se fosse più grande di altri. Però un conto è sopravvalutare un disagio, come cerca di fare oggi la società civile, un conto è ignorarlo come se non esistesse. 

Non siete ancora convinti? Parliamo allora del signor Charamsa (Krzysztof Charamsa, teologo, e sacerdote divenuto famoso nel 2015 per aver dichiarato di avere una relazione con un uomo da anni n.d.r.). 

Le sue dichiarazioni hanno confuso e scandalizzato molti, me compreso. E tuttavia, se davanti a episodi del genere continueremo solo a scandalizzarci per poi voltarci dall’altra parte, temo che i signori Charamsa nella Chiesa non faranno altro che proliferare.

Non voglio giustificarlo: Charamsa è un teologo e quindi possiede tutti gli strumenti culturali e intellettuali per sapere che quando dice che “la Chiesa chiede ai suoi figli omosessuali di rinunciare alla vita amorosa”, sta dicendo una pura menzogna.

Soffermarsi però solo su questo o sul fatto che il celibato è richiesto a tutti i sacerdoti e che “be’, quando lui si è fatto prete lo sapeva”, vuol dire ancora una volta ignorare il problema di fondo che questa storia porta alla luce, e cioè che le persone che vivono situazioni di omosessualità nella Chiesa, e magari vorrebbero vivere secondo il vangelo e la loro natura di uomini e donne, vengono ad oggi lasciate sole, esposte così a tentazioni peggiori. Sacerdoti compresi.

Con tanti saluti alla lettera pastorale.

È un dato di fatto: di fronte all’assordante silenzio della Chiesa su questi temi, purtroppo i suoi figli confusi vanno cercando risposte da altre parti. E quelle risposte non sono difficili da trovare, poiché vengono gridate in tutte le piazze, fisiche e virtuali, da oltre trent’anni. 

Ammettiamolo, non possiamo scandalizzarci di Charamsa, senza scandalizzarci di noi stessi e della nostra indifferenza verso un problema che abbiamo volutamente fatto finta di non vedere, per molto, troppo tempo. Dopotutto la Chiesa siamo noi, no?

Per fortuna oggi ci viene data un’opportunità in più per fare qualcosa di diverso. Vogliamo davvero che “l’intera comunità cristiana possa giungere a riconoscere la sua vocazione ad assistere questi suoi fratelli e queste sue sorelle, evitando loro la delusione e l’isolamento”?

Se lo vogliamo, se lo volete voi che state leggendo, prenotate Dio Esce allo Scoperto, guardatelo con i vostri parroci, mostratelo ai vostri educatori.

Una testimonianza di vita che in un’ora e mezza pone luce sia sulle ferite legate all’omosessualità che su quelle legate alla transessualità, ma che soprattutto, al di là della storia specifica di Ruben, mostra una grande speranza, una via possibile per tutti quei fratelli che vogliono vivere nella Chiesa e che da essa si sono allontanati, convinti che qui non ci fosse un posto per loro.

Una via che nel concreto può passare anche da Courage, l’unica realtà ufficiale nella Chiesa (e sottolineo unica, niente a che vedere con i sedicenti gruppi “gay cattolici”), che si occupa di aiutare le persone omosessuali a vivere secondo il Magistero in castità, rispettando la natura del proprio corpo. (Voluta da Giovanni Paolo II trentacinque anni fa, Courage purtroppo non è un cammino psicologico, ma solo spirituale, almeno in Italia. Tuttavia esso si fonda su una visione dell’uomo che è quella che il Vangelo e l’evidenza naturale ci consegnano: non omo e etero, ma uomo e donna. Una realtà di cui Ruben fa parte attivamente oggi, andando persino a fare apostolato nei locali gay, in uno Stato in cui i membri di questa organizzazione non hanno paura di testimoniare ciò che Dio ha fatto per loro. N.d.r.).

Parlo a te che stai leggendo ora e che magari hai un fratello che ti ha confidato il suo dolore e non sai come aiutarlo; o a te che sei un sacerdote e ti chiedi come si possa parlare al tuo parrocchiano che confessandosi piange l’ennesimo rapporto col suo ragazzo; o a te che vivi il turbamento di non capire cosa stia passando tuo figlio e ti rendi conto che forse qualcosa te lo sei perso per strada; o a te che vorresti amare i tuoi amici con attrazione omosessuale senza farli sentire rifiutati, ma senza dover rinunciare a testimoniare la tua fede; o a te che vorresti vivere la tua vocazione di castità e combatti contro pulsioni che fatichi a dominare, nonostante il tuo volere: guardate Dio esce allo scoperto.

La storia di Ruben. 

La storia di un omosessuale, di un peccatore, di un figlio di Dio amato. 

La storia di un uomo.

La storia di ciascuno di noi

***

Per chi fosse interessato a maggiori informazioni sull'omosessualità da un punto di vista psicologico consiglio di leggere i libri di Richard Cohen o di Joseph Nicolosi. Due voci fuori dal coro per chi non ritiene sufficienti le risposte veicolate a livello globale dagli anni '70 in poi.

domenica 19 marzo 2017

LA VOCAZIONE E "L'ARTE DI GODERSI IL PANORAMA".


Una volta in un gruppo di condivisione ho conosciuto un uomo che per presentarsi agli altri disse: “Io sono quello che agli occhi del mondo non può che definirsi un fallito. A più di quarant’anni vivo ancora a casa con i miei, la donna che amavo mi ha lasciato prima che potessi sposarla, ho speso anni ed energie in una passione per la musica che non è mai diventata un lavoro, e ora rischio di perdere l’attività di famiglia che è quello che finora mi ha dato da mangiare. Perciò ecco, io sono senza dubbio un fallito”.

Per un attimo è calato il gelo. Nessuno si aspettava tanta schiettezza a un primo incontro (nessuno se l’aspetta mai a dire il vero). La cosa più sconcertante però, non era ciò che quest’uomo stava consegnando nelle nostre mani di perfetti sconosciuti, ma il modo in cui lo stava facendo: lui sorrideva. E di un sorriso che non era ironico, nervoso, artefatto: non si stava schernendo per mascherare il dolore.

No. Lui sorrideva davvero. Era sereno, in pace. Di una pace invidiabile. Anzi di più. Sembrava felice.

È a partire da storie come la sua, per cercare di capire quale fosse il suo segreto, che ho deciso di scrivere il post di oggi. Perché diciamocelo, ci sono momenti in cui anche noi (sì, me compreso) abbiamo la netta sensazione di avere fallito, di avere mancato il bersaglio, di essere finiti fuori strada.

Prima o poi capita a tutti di dirsi: “forse non sono dove dovrei essere. Forse ho fallito e nemmeno me ne rendo conto”.  Non è una sensazione che viva solo chi ha tendenze omosessuali, ma ogni persona che fatichi a trovare una collocazione definita nel flusso dell’esistenza. Una domanda che fa riferimento a quello che in termini cristiani si chiama Vocazione, e che purtroppo spesso sembra avere a che fare solo con la parola che segue alla voce “Stato Civile” nella nostra carta di identità: Sposato, Religioso e, il più temuto di tutti, Celibe. Parola che definisce sé stessa solo per negazione: non sposato e non consacrato. Una parola che riguarda milioni di persone è che riecheggia di un senso di fallimento e di non definito.

Non. Ancora una volta.

Certo se la Vocazione corrisponde in definitiva a questo, la parola Celibe costituisce di per sé un marchio di infamia, pesante come la lettera scarlatta dell’adultera e carica di altrettanti sensi di colpa.

Ma è solo questo la Vocazione? Una “X” su un modulo da compilare, un cognome sul citofono, una sigla nei documenti?

O c’è di più?

È proprio di questo che oggi voglio parlare. Della solita semplificazione, che spesso si fa in certi contesti cattolici, che vede la Vocazione ridotta a due sole scelte possibili: o ti sposi o ti fai prete (suora se sei donna). Una specie di schema a doppio binario al di fuori del quale il treno della propria esistenza sembrerebbe non avere altra possibilità che deragliare. Ed è esattamente questa la sensazione che coglie molti di noi: la sensazione di stare correndo su un binario cieco, o peggio di avere già irrimediabilmente deragliato.

La sensazione di aver fallito, appunto.

Se è vero infatti che gli schemi aiutano a orientarsi, è altrettanto vero che l’essere umano non è mai riducibile solo ad uno schema.

Nel tempo gli effetti di questa semplificazione sono stati devastanti: da un lato seminari e conventi si sono riempiti di gente con attrazione per lo stesso sesso o emotivamente frustrata che ha scambiato il sintomo di una ferita affettiva per una scelta vocazionale: “visto che non posso sposarmi perché le donne/gli uomini non mi piacciono/non mi vogliono, per esclusione vorrà dire che devo entrare in convento” (NOTA BENE: non sto ASSOLUTAMENTE dicendo che una persona con tendenze omosessuali non possa avere una chiamata al sacerdozio o alla vita consacrata. Dico solo che in un discernimento vocazionale l’una cosa non è sintomo dell’altra); dall’altro lato uomini e donne che non si sentivano chiamati alla vita consacrata hanno vissuto con l’ossessione di dover trovare moglie o marito, sposandosi frettolosamente, o vivendo angosciati per non essere riusciti a farlo entro una data soglia temporale. Una specie di esistenziale gioco della sedia, dove si corre freneticamente in tondo, nel terrore che finita la musica tutti si siano seduti e tu solo sia rimasto in piedi. Fregato.

Un corollario a tutto questo infatti, è che se hai oltrepassato quarant’anni e ancora non hai trovato il binario giusto, qualcosa dev’essere andato storto. E generalmente per colpa tua.

Così, se già non fosse abbastanza doloroso il fatto di non essere riusciti a corrispondere a un desiderio personale, ad esso devi anche aggiungere il senso di colpa per una “colpa” che non sai nemmeno quale sia.

Quante vite risultano sbagliate o fallimentari di fronte a questo modello, quanti treni “deragliati” senza possibilità di redenzione! Non solo chi non si sposa e non si consacra, ma anche chi muore troppo giovane, chi nasce con un handicap che rende impossibile entrambe le scelte, chi trova il compagno di vita a cinquant’anni, chi si converte da grande, chi resta vedovo presto, ecc. ecc.

Il problema è che noi crediamo sempre di aver compreso Dio (nel senso letterale del termine di averlo con-preso, afferrato, posseduto) e di poterLo per questo infilare nei nostri schemini mentali che ai suoi occhi devono fare tenerezza come gli scarabocchi di un bimbo che rappresenta la mamma e il papà.

Già il far coincidere la vita consacrata con quella sacerdotale è una semplificazione: essere prete o essere consacrato non sono la stessa cosa, per quanto vi siano delle apparenti similitudini. Perciò i binari devono essere almeno tre, e non due. Se poi ad essi aggiungiamo i laici consacrati diventano quattro.

E se per ciascuna di queste opzioni mettiamo le infinite sfumature di carismi, ordini, modalità; e per ciascuno di essi mettiamo il modo personale e unico che ogni essere umano avrà di vivere quel singolo matrimonio, carisma, ordine e modalità… capiamo che il binario matrimonio-vita consacrata risulta estremamente riduttivo rispetto all’infinita creatività di Dio.

Forse invece di “Nella vita o ti sposi o ti fai prete” la frase che meglio riassume la scelta vocazionale è “nella vita le vie del Signore sono infinite”.

Che certamente suona più credibile di “Le vie del Signore sono… due”. Non trovate?

Insomma, il “Signore” di cui parliamo non è il peggiore ingegnere civile sottopagato di chissà quale ex Repubblica Sovietica.

È il Signore dell’Universo. Dio.

Dopo avere creato gli infiniti sistemi solari e la complessità straordinaria degli organismi pluricellulari, saprà pure fare più di due binari esistenziale per i miliardi di persone che si sono succedute su questa terra, o no?

Ecco, detto questo, la questione ritorna: allora cos’è la Vocazione? Perché quell’uomo di cui vi ho parlato, sembrava averla compiuta nonostante fosse un fallito?

Vi dico quello che ho visto io.

I più esperti lo sapranno: Vocazione vuol dire Chiamata. Per un cristiano trovare la propria Vocazione, cioè il proprio posto nel mondo, significa rispondere a una chiamata alla vita che Qualcuno ti ha fatto fin dalla notte dei tempi, per il compimento di una missione.

La cosa strana è che per rispondere a questa chiamata, devi fare una domanda, che contrariamente a quanto alcuni dicono non è solo “Devo sposarmi o farmi prete?”. Si tratta di una domanda più semplice, ma non per questo più facile: “Signore, come posso oggi amare di più?”

Tutto qui?
Sì, tutto qui.

Nel senso che tutto, ma proprio tutto ciò che siamo si risolve qui: come posso, oggi, con quello che sono, con le ferite che porto, con la storia che ho, con le risorse che mi hai dato, amare di più?

Amare di più. Quelli che mi circondano. Oggi. Qui e ora.  Non fra un anno, non quando troverai la persona, non quando capirai la strada, non quando entrerai in convento, non quando vivrai da un’altra parte…

Oggi. Perché il futuro non ci appartiene, e il presente è l’unico tempo in cui ci è dato di vivere.

Se la domanda resterà quella giusta, la risposta giusta arriverà sempre. E tutto ciò che ti serve a crescere nell’amore ti sarà dato. Compresa una moglie o un marito, se sono per te.

Allora tutto avrà senso: essere marito, o non esserlo; essere sacerdote, o non esserlo; essere madre o essere sterile; amare figli non tuoi, per una vita, un giorno o un anno e poi vederli andare via; essere fratello di chi non avresti scelto; essere abbandonato da chi avevi scelto; licenziato o promosso… persino essere professionalmente fallito agli occhi di un mondo che corre troppo velocemente per riuscire a chiedersi dove stia andando; persino vedere franare miseramente tutto ciò che eri convinto ti appartenesse, compresi quei doni e carismi che ti erano affidati.

Persino allora starai vivendo la tua vocazione.

“Signore, come posso oggi amare di più?”: se torni a porti questa semplice domanda ogni volta che ti sembrerà di aver perso la strada, il tuo aver “perso la strada” diventerà solo una deviazione, un’appendice alla grande Storia dell’Umanità che Dio sta scrivendo con te, attraverso te, per la gioia tua e di chi ti sta attorno. Perché questa è la Vocazione. Non un ruolo, non uno stato: la Vocazione è vivere ciò che sei oggi, con Lui.

“Signore, come posso oggi amare di più?”

Perché vivere col Dio cristiano, vuol dire prima di tutto imparare ad amare come Lui “dando la vita per i propri amici”. Se è vero infatti che le “vie del Signore sono infinite”, è vero anche che tutte conducono alla stessa meta, rendendole alla fine diramazioni di una sola strada: l’unica che non è mai preclusa a nessuno. Per amare infatti non serve essere sposati, avere figli o essere preti. Basta un cuore, e la volontà di usarlo. Non a caso Cristo quando parla dell’amore più grande parla dell’amicizia. Perché non tutti sono chiamati ad avere un marito o una moglie per la vita. Ma tutti possiamo avere degli amici. Ciò che rende gli amici tali, infatti, è la nostra capacità di volere il loro bene, nonostante il loro male. Anche quello che potrebbero fare a noi.

Perciò quello che conta non è su quale binario sei, trovargli un nome o una casellina.

Quello che conta è verso dove sta andando il tuo treno. E capire che il viaggio fa già parte della meta. Quale che sia il binario, infatti, se non porta ad amare di più, ad amare davvero, già mentre cammini, allora potresti anche essere formalmente sul binario “giusto” agli occhi del mondo, persino agli occhi della Chiesa, ma il tuo treno starà viaggiando su una strada senza uscita, una strada che conduce alla morte esistenziale. 

E se anche dovessi renderti conto che questo è ciò che stai vivendo, non avere paura. Puoi sempre tornare a vivere la tua Vocazione.

Riponiti la domanda. Risali sul tuo binario. Riprendi il viaggio.

“Signore, come posso oggi amare di più?”

Non guardare il binario degli altri. Il tuo binario è perfetto, perché è unico. L’unico che puoi percorrere. L’unico mai da nessuno percorso, e che nessuno mai più percorrerà come te.

Questo non vuol dire essere fatalisti, non avere desideri o rinunciare a quello che sentiamo nel profondo del nostro cuore. Un treno è fatto per viaggiare, ed è perché desideriamo qualcosa che non abbiamo, che decidiamo di metterci in viaggio.

Io non dico di rinunciare a ciò che ti muove. Né mi illudo che sapere che puoi amare già oggi i tuoi amici, eliminerà il dolore che ogni tanto ti prende, che ogni tanto prende anche me, nel vedere che non hai qualcuno di prioritario accanto con cui condividere la strada.

Io dico soltanto, citando Luigi Maria Epicoco, di “goderti il panorama”, perché è in quel panorama che oggi si gioca la tua vita. Il viaggio, il panorama che attraversi, insieme a coloro con i quali ti è dato condividerlo è già la tua Vocazione. A prescindere dal numero di fermate che ti saranno concesse e dal fatto di raggiungere o no ciò che ti muove.

Alza gli occhi e goditi il panorama, perché oggi è questo il luogo in cui la tua vocazione si compie.

Alzati, riprendi il viaggio, e ama di più. Solo chi sta fermo è perduto.

Solo chi ama non sarà mai un fallito.

mercoledì 15 febbraio 2017

CRUDO COME LA CARNE - Perchè sostengo (anche) Silvana De Mari


Ciao Giorgio, come stai? Ho visto da poco uno degli ultimi post (tanto criticato) sull'omosessualità della dottoressa De Mari. Naturalmente quello che ha detto è vero e condivido pienamente, ma mi ha fatto pensare l'atteggiamento di molti cattolici rispetto alla nostra situazione. Va di moda dire: "ad un fratello devo dire la verità ad ogni costo se la sua condizione non è sana" ecc. La verità è ciò che ci porta vicini al Signore e va sempre cercata, ma è anche vero che una dose di verità va accompagnata anche da un atto d'amore. È inutile dire si-fa-così-o-colà se non mi si mostra cos'è l'amore. Altrimenti quelle affermazioni sono solo giudizi fatte da professorini. Forse sto vedendo la pagliuzza nell'altro e non la mia trave, però volevo sapere che ne pensi. Scusa per lo sfogo. ;-)"

Ho ricevuto questo messaggio da un caro amico con cui condivido il cammino, la fede, e anche le ferite. Un ragazzo con attrazione per lo stesso sesso che sa bene di cosa parliamo quando parliamo di omosessualità, conosce il valore della castità, lavora sulle sue ferite, riconosce che l’omosessualità non è un’identità, ma il tentativo di compensazione di una mancanza profonda ecc. Ve lo dico solo per capire che chi mi parla, lo fa con piena coscienza e consapevolezza ed è perfettamente in linea con i valori e le convinzioni di chi scrive (oltre che col Magistero della Chiesa).

Il suo è stato uno dei più delicati messaggi seguiti alle dichiarazioni di Silvana De Mari sui danni del sesso anale al programma la Zanzara. Altri sono stati meno “gentili”, per usare un eufemismo. Altri invece erano semplicemente addolorati. Giorni fa era uscita anche una mia intervista nella quale sostenevo la libertà di parola di Silvana (mi permetto di chiamarla per nome, dal momento che ho avuto la fortuna di conoscerla personalmente un anno fa), e chiedevo alla gente di non catalogare una persona sulla base di una dichiarazione in una intervista. Perché ciascuno di noi è molto di più di una frase detta in un dato contesto.

Premetto che Silvana De Mari è una persona dalla enorme cultura e intelligenza e certamente non ha bisogno di essere difesa né da me, né da nessuno. Per il poco tempo che abbiamo trascorso insieme, ho potuto riscontrare in lei non poche somiglianze con uno dei suoi personaggi più belli e agrodolci: Rosalba, una regina guerriera che combatte incinta e vedova, per difendere coloro che porta in grembo. Rosalba è una madre che per i suoi figli diventa leonessa. E io credo che è in quest’ottica e con quest’impeto che ogni dichiarazione di Silvana vada letta e ascoltata. Per quanto possa scandalizzare il suo essere cruda (non crudele), lei si batte per la salute dei suoi figli spirituali, i suoi pazienti.

Detto questo, anche io ho i miei “figli” da difendere. Figli di cui pochi si ricordano: le persone con attrazione per lo stesso sesso che non si identificano nel “Mondo Gay”, ma non trovano nemmeno spazio per esistere ed essere accolti in Verità da quella Chiesa che per loro dovrebbe essere madre e che invece troppo spesso, quando non se ne disinteressa, li inganna tradendo prima di tutto sé stessa (leggi: “Gruppi gay cattolici”).

Quelli che ho a cuore sono i molti amici “dalla nostra parte” (se di parti possiamo parlare), che nell’ascoltare le parole di quell’intervista hanno avuto la sensazione di venire ridotti a una semplice questione medica, esattamente come il mondo gay ha cercato di ridurli alla loro pulsione sessuale. Amici come quello che mi ha scritto il messaggio che vi ho riportato, che pur riconoscendo come vero ciò che dice la De Mari, sanno che la questione non finisce lì.

Badate, questo lo sa anche la De Mari. E di certo in un programma di dieci minuti, con due faziosi che cercano di estorcerti frasi compromettenti, non era facile fare emergere tutta la propria consapevolezza su un dato argomento.

Ma a maggior ragione mi sembrava giusto puntualizzare alcune cose.

Parto dal positivo. Lo ammetto: ciò che più mi è piaciuto di quell’intervento di Silvana è stato il fatto di riportare l’argomento sul piano della Carne. Perché oggi si tende troppo a spiritualizzare le questioni emotive, in particolare quelle legate all’omosessualità. In fondo questo è ciò che vogliono le Gender Theories (Teorie di Genere): ritenere il genere sessuale puro costrutto mentale e culturale, del tutto slegato dalla realtà corporea e sessuata. Ma la carne, il corpo, dicono una Verità su di noi che non può e non deve essere ignorata. Certamente il genere sessuale viene costruito culturalmente e socialmente, ma sempre a partire da un dato di realtà, non a prescindere da esso.

E quel dato di realtà è il nostro corpo sessuato. La nostra Carne. Siamo noi.

Perché noi non siamo puro spirito. Noi siamo anche corpo. Il nostro corpo, unico e irripetibile come unici e irripetibili saremo noi in tutta la storia dell’umanità. Il corpo dice chi siamo. Soprattutto se si è cristiani, seguaci di Colui che si è fatto Carne, e che quella Carne l’ha fatta risorgere, non possiamo ignorarlo. Il cristianesimo è l’unica religione al mondo che ha esaltato la Carne umana, rendendola “capace di Dio”.

Quel corpo sessuato, il nostro Corpo, parla chiaramente: due persone dello stesso sesso non sono fatte per avere rapporti sessuali tra di loro. E non per accidente, come nel caso di chi nasce con una malformazione, ma per natura. Nel caso del sesso anale questo è particolarmente evidente (chiunque sia a praticarlo, maschi o femmine). E la De Mari, da medico, ha soltanto spiegato bene perché, rivendicando il proprio diritto di cittadina e professionista a dirlo ai propri pazienti, per il loro bene e la loro salute (e visto che formalmente questo resta ancora uno Stato democratico, io difenderò sempre il suo diritto di farlo).

Ovviamente questo non vuol dire emettere un giudizio di valore su chi fa del suo corpo (e quindi di sé stesso) un uso diverso da quello fisiologico. Al massimo potrei giudicare me stesso per averlo fatto innumerevoli volte. So che si può arrivare a trovarlo piacevole, so che c’è chi lo fa desiderando amare in buona fede, e so che uno Stato che metta in galera qualcuno per questo motivo non è uno stato civile. Ma tutto ciò non toglie l’evidenza biologica: il corpo non è concepito per questo.

Ecco, finora vi ho detto cosa mi è piaciuto di questo intervento.

Ora vi dico cosa non mi è piaciuto.

Non mi è piaciuto il fatto che non si sia andati oltre. Badate che per me “oltre” vuol dire “più a fondo”, e non “al di sopra”. È bene parlare della Verità scritta nella nostra Carne. Tuttavia fermarsi lì vuol dire restare a un livello superficiale. La domanda che dovrebbe seguire dopo un’analisi come quella della De Mari è: se il corpo non è fatto per questo, perché qualcuno desidera andare contro ciò per cui è fatto il proprio corpo?

Chiunque si ponga questa domanda sta compiendo un atto di amore grandissimo, perché sceglie di entrare in una situazione che è molto più complessa di una sua manifestazione superficiale, per quanto terribile e pericolosa, come il sesso anale. Perché chi si pone la domanda, chi cerca la Verità, c’è anche speranza che quella Verità la trovi, e che possa dare una risposta a chi da troppo tempo sente che della propria situazione, del proprio dolore, non interessa niente a nessuno.

Infatti a questa   domanda in troppi oggi non vogliono rispondere, dentro e fuori la Chiesa. Chi perché conosce la risposta e non vuole si sappia (pena, la messa in discussione di se stesso), e chi perché se ne disinteressa (pena, l’essere coinvolto in fastidi che crede, stupidamente, non lo riguardino).

E in quest’ottica, un intervento come quello della De Mari, se non viene approfondito, può risultare equivoco e creare nemici dove non ce ne sono. Oltre a fare soffrire inutilmente tanti che nemici non sono mai stati.

Ormai è più di un anno che appartengo a un movimento trasversale fatto da migliaia di persone che lottano per difendere la verità sull’essere umano, e ancora troppo spesso mi accorgo di questo: ci si preoccupa di tutti, delle famiglie, dei bambini, delle donne… Ma a nessuno interessa davvero chi si trova a combattere contro di noi perché è confuso e avrebbe solo bisogno di essere aiutato a capire: le persone che questo dramma lo vivono, l’attrazione per il proprio sesso.

Diciamo la verità: in fondo di omosessualità è sempre meglio non parlare. Combattiamo contro leggi che riguardano gli omosessuali, ma degli omosessuali non ci preoccupiamo mai, se non per denunciare ciò che non va nello stile di vita di quella minoranza che si è accaparrata il diritto di parlare a nome di tutti. E così non facciamo altro che allargare la ferita, il dolore che è alla base della storia di ogni persona con tendenze omosessuali e sul quale i movimenti gay hanno costruito un idolo: il rifiuto.

Il rifiuto del padre, il rifiuto della madre, il rifiuto dei pari, il rifiuto di sé stessi. Vero o percepito poco conta: ciò che condiziona un bambino ferito non è l’oggettiva traumaticità del fatto che lo ha ferito, ma l’esperienza che lui ne fa. Come lui legge le cose. Se quel bambino resterà inascoltato, se nessuno lo aiuta a capire, allora non crescerà mai. E continuerà a gridare la sua rabbia, diventando una furia devastante e vendicativa, in grado di distruggere tutto ciò che tocca, a partire da sé stesso.

In ogni persona ferita c’è un bambino così.

E ogni persona con attrazione per lo stesso sesso è una persona ferita.

Come tutti, direte voi. Esatto, come tutti. Per questo chi si disinteressa di chi prova attrazione per lo stesso sesso, in fondo si sta disinteressando di chi prova dolore in senso generale. E quindi forse anche di se stesso.

È sbagliato assolutizzare un dolore piuttosto che un altro. Io l’ho sempre detto. E lo dico conoscendo che dolore sia: la sensazione di non essere mai all’altezza della propria idea di uomo (o di donna). Tutti sono più forti, più belli, più socievoli, più intelligenti, più alti, più… tutto! E tu sembri sempre sbagliato, fuori posto, incompleto.

È brutto, certo. Ma chi non lo ha vissuto? Per questo non si può e non si deve credere o pretendere di aver sofferto più di altri, giudicando le sofferenze altrui di cui non sappiamo nulla. Tuttavia ignorare quel dolore e altrettanto sbagliato e inutile. È come sbattere una porta in faccia ancora una volta, per l’ennesima volta a quel bambino che piange e grida in attesa che qualcuno si accorga di lui e lo consoli.

Abbiamo continuato a vedere solo nemici, dall’altra parte della barricata, e il nostro sguardo li ha resi sempre più tali. Dimenticando che solo quando uno si sente guardato per il bene che è in lui e che non sa di possedere, egli inizia a diventare quel bene. Quando smettiamo di guardare uno come nemico, gli diamo una possibilità di riscatto.

È difficile, lo so. A volte anche per me. Ma dobbiamo provarci.

Inoltre oggi questa è una questione che riguarda la totalità delle persone e non solo chi ha attrazione per lo stesso sesso. Viviamo in una società ferita e fragile, della cui fragilità l’omosessualità è solo un sintomo. Uno fra mille altri molto più diffusi, a partire dall’instabilità affettiva (per continuare con la dipendenza dalla masturbazione, dalla pornografia, dal sesso compulsivo ecc). Molti che additano gli omosessuali come perversi, non si preoccupano di soffermarsi sui propri comportamenti disordinati, solo perché più culturalmente accettati (talora anche in confessionale, in aperto contrasto con ciò che il Vangelo ha sempre insegnato). E questa idiosincrasia è una cosa di cui veniamo facilmente accusati anche da i nostri detrattori nel mondo gay e sulla quale varrebbe la pena di riflettere.

Non si tratta di buonismo, né di rinunciare alla Verità, ma di porre la questione in altri termini, come il messaggio del mio amico ha giustamente messo in evidenza: si tratta del rapporto fra Verità e Amore.

Dice lui: “una dose di verità va accompagnata anche da un atto d'amore”. Lo dice e ha ragione. Non può esserci amore senza verità, perché esso è buonismo e conduce alla morte. Se non ti dico che ti stai facendo del male non ti amo.

Ma anche la verità senza amore uccide. Essa diventa Legge, e la Legge non salva. Se ti dico solo che sbagli, ma poi non ti dimostro che il mio amore resta nonostante lo sbaglio… allora, di nuovo non ti sto amando.

Per questo sono felice che la De Mari abbia detto ciò che ha detto. Perché che il sesso anale faccia male è vero. Ciò che chiedo però (e non alla De Mari, che so che nel suo lavoro lo fa già) è che qualcuno non si preoccupi solo dell’ano di chi ha attrazione per lo stesso sesso, ma anche del suo cuore ferito.

Perché sanando quel cuore, quello vero, quello che sanguina, il resto del corpo lo seguirà. Compreso l’ano.

E scusatemi se sono crudo. Come la Carne.

martedì 31 gennaio 2017

REIETTA E FELICE - Testimonianza di una Donna che ha trovato sé stessa

Pubblico qui di seguito la storia di Grazia (il nome è di fantasia, la storia no): una donna che dopo molti anni e tanta fatica ha trovato il coraggio di guardare con onestà al suo desiderio omosessuale, per scoprire la donna sepolta dentro di sé. La testimonianza è scritta di suo pugno. Il conflitto con i genitori, l'odio per gli uomini, la passione per le donne, il pregiudizio verso gli psicologi... non ho voluto toccare nulla delle sue parole. Espressioni "colorite" comprese. Conosco personalmente Grazia e la trovo un'anima straordinaria, oltre che una donna giovane dalla travolgente simpatia. Anche se è un po' lunga, confido che amerete anche voi la sua schiettezza, e la sua libertà. Quella di una donna che non ha paura di definirsi "reietta e felice". Perché ogni vita vissuta autenticamente porta in sé un seme di Speranza che vale la pena di essere raccontato.

Salve a tutti, mi presento: sono una reietta e sono felice.
Finalmente sono davvero felice. Nella mia vita non è sempre stato così, a dir la verità. Ho sempre avuto problemi nel percepire l'amore intorno a me. Mi sentivo sola, già dai miei primi ricordi. Non pensavo di essere amata dai miei genitori, e questo dipendeva da tanti fattori, di certo legati al mio carattere, alla mia sensibilità, all'impronta educativa non troppo all'acqua di rose e nel fatto che i miei nonni paterni non perdevano occasione per dirmi che i miei genitori erano, fondamentalmente, due beoti.
Ed io crescevo e mi sentivo sempre come una povera vittima, non amata, non capita, con nonni stronzi (perché diciamocela tutta, un bambino si rende conto che quando i nonni cercano di distruggere la figura dei suoi genitori, qualcosa non va), genitori beoti (perché per quanto avessi capito che i miei nonni erano stronzi, ad ogni litigata in casa, dentro me compariva il pensiero "avevano ragione quegli stronzi dei miei nonni a dire certe cose sui miei”): insomma, tutti contro di me.
Essere vittime, sentirsi vittime, volersi sentire vittime. La verità è che questo ci condiziona poi nelle nostre scelte. Perché ci giustifica, qualsiasi cosa accada, il vittimismo di cui nutriamo i nostri rimorsi e le nostre tristezze, con cui autoalimentiamo le nostre debolezze, ci permette di sentirci, nella nostra esistenza di vittime, perfetti.

E qualsiasi cosa faremo o sceglieremo, non saremo mai costretti a metterci in discussione. Perché se anche fosse sbagliato, non è stata tutta colpa nostra, in fondo. Magari è stata colpa dei nonni stronzi o dei genitori beoti (o così percepiti), se non del ragazzino che ti prendeva in giro perché giocavi a pallone e non con le bambole, oppure delle bambine che in terza elementare ti davano del "mezzo maschio" perché avevi l'astuccio celeste invece che rosa e guardavi Dragonball invece di Barbie Raperonzolo.
Durante l'adolescenza, pur ricercando le prime esperienze affettive con ragazzi, mi sentivo spesso confusa sui miei sentimenti: alcune ragazze che conoscevo, cui mi affezionavo e ammiravo, diventavano il mio punto di riferimento, erano il centro gravitazionale dei miei affetti. Sarò stata mica lesbica?!
Mi ci rompevo il cervello nei dubbi e nelle mie paure, sempre presenti come una spada di Damocle che era lì, appesa sopra di me, pronta a farmi a pezzettini prima o poi.
E infatti, la resa dei conti arrivò. Conobbi una ragazza più grande di me di nove anni, e fu il mio primo grande amore. Sì, esatto, parlo proprio di amore. Amore che sentivo vero, sconfinato, immenso, irrinunciabile. Avrei fatto di tutto per lei, volevo solo lei e desideravo solo lei.

Due anni dopo le cose finirono male, in un mare di sofferenza, perché le nostre strade divennero inconciliabili. Lei stava per sposarsi, e nonostante per due anni avessi acconsentito ad essere un'amante (ad accontentarmi delle sue briciole, pur di stare insieme), era giunto il momento di voltare pagina.
Passò un anno, ed ecco per me la prima storia seria con un ragazzo, il primo confronto serio anche su un piano della sessualità. Era una storia seria sul serio eh, mica chiacchiere... si parlava di progetti, di speranze future, di impegni l'uno verso l'altra. Purtroppo però anche questa storia finì male. Caratteri inconciliabili, testardi, ed entrambi con le nostre ferite passate, lasciate aperte, irrisolte. Io iniziavo sempre più a detestare i maschi, a pensare che fossero tutti uguali. Arrivammo spesso agli insulti, e non solo… tenerezza maschile un cavolo!
Mi convincevo che maschi pensassero solo al sesso, che di noi non gliene fregasse un cavolo realmente, che ci avrebbero potuto amare solo in funzione di quello. E finì male davvero quella storia, ma in un modo più veloce rispetto a quanto non sarebbe accaduto (perché prima o poi sarebbe accaduto). Finì male perché io incontrai un'altra Lei.
Che bella. Una bellezza fulminante. La prima volta che la vidi mi sentii, come posso dire… fu come un pugno in faccia! Avevo vent’anni, insomma, va bene gli errori dell'adolescenza, ma se a vent’anni pensi di una tipa delle cose così, a prima vista… oh, ma sarò mica lesbica?
Lei era tutto quello che io non ero. Femminile, davvero tremendamente femminile, ma di una femminilità graffiante, dove non mancavano note di un carattere determinato che spesso usciva senza potersi arrestare, un fiume in piena. Era sensuale, corpo perfetto, mai capace di fermarsi, sempre di corsa in mille attività, lanciata costantemente su mille interessi. Lavoravamo insieme, e tutti i maschi dell'ufficio non perdevano occasione per provarci, occhiatine, battutine, bocca spalancata con bavetta alla Homer Simpson... eppure mi notò.
Io, in effetti, ho fatto di tutto per farmi notare. E più le stavo accanto e più quel rapporto, nato come una "semplice" amicizia (così volevo convincermi) diventava più profondo. Ero innamorata persa, totalmente rimbambita di lei e la sognavo persino la notte. Piccolo problema: era fidanzata con un ragazzo. Eh no, ancora? Mi tocca fare l'amante ancora? Tuttavia, anche lì, il pensiero di poter essere "l'alternativa", il "passatempo", non bastava a fermarmi: volevo solo lei, e dalle briciole avrei fatto di tutto per risalire e farla mia in qualche modo.
Il dolore. Ecco se ripenso a lei cosa ritrovo. Il dolore. Ma che razza di amore era quello? Ma come mi veniva in mente? Quale razza di egoismo chiamavo amore? Credo di averla fatta soffrire tanto (perché ad ogni modo mi voleva bene), così come lei mi ha fatto soffrire, certo. L'avevo messa davanti alla scelta, una volta che ero certa che ormai fossimo legate: me o lui. Cavolo, quella storia l'ho voluta a tutti i costi, non avevo intenzione di perderla, doveva essere mia. E quei maledetti maschi, tutti uguali e tutti incapaci di tenere a bada il pisello, non la meritavano una bellezza simile.

Eravamo una coppia in fondo. Io iniziai a fare coming out in tutti i modi più espliciti. Se gli amici mi chiedevano, dicevo che lei era la mia ragazza, andavo nei locali gay con altri amici gay, facevamo uscite a coppie (rigorosamente di gay): stavamo insieme a tutti gli effetti, porca vacca, perché non poteva funzionare?
Una sera, l'ultima sera in cui ci vedemmo e lei mi disse "addio", mi spiegò che non se la sentiva di mollare la sua vita per stare con me. Che sì, mi amava, ma che a lei “piacevano gli uomini”. Che non capiva come però, ogni volta che mi rivedeva, potesse perdere la testa e desiderare me, che ero una donna. E poi aggiunse "Mi sono innamorata di te. Ho amato non solo la tua parte femminile, ma anche e soprattutto la tua parte maschile".

La mia parte maschile? Ho pensato "questa è pazza".

Poi ho capito. Non ci voleva molto in effetti per capire: se mi guardavo allo specchio vedevo una ragazza solo perché sapevo di esserlo, seppur null'altro lo faceva trasparire: vestiti maschili (andavo a comprare i vestiti spesso nei reparti maschili), capelli corti e alzati col gel, braccialetti di cuoio, scarpe da ginnastica, trucco manco se mi sparavi, modi da scaricatore di porto, camminata a gambe larghe.

Ero una stupida caricatura. Una caricatura di un uomo, proprio di quegli uomini che detestavo con tutta me stessa, con cui non sapevo confrontarmi. Per quanto potessi ignorarlo e convincermi che tutto andasse bene, che semplicemente “io ero fatta così”, la verità era che la mia femminilità la stavo prendendo a martellate. La stavo frantumando.

Lo capii, ma era troppo per me mettere in discussione di nuovo tutta la mia vita, la mia identità, le mie poche certezze che avevo così faticosamente costruito. E poi c'erano tutti i miei amici gay che, caspita, erano così fighi … e così tosti!!!! Erano vittime e stavano lottando per essere riconosciuti e non più perseguitati dall'"omofobia". Era bello poter dire "io sono dei vostri", riconoscersi in un gruppo e non sentirsi più fuori posto in questo mondo.
Comunque, io e lei ci lasciammo, alla fine. Non riuscivo proprio a smettere di pensarla, ad accettare che avevo perso, e lei aveva scelto uno stupido e qualsiasi uomo. Non riuscivo a scordarla, e per me, perderla, significava aver perso tutto quello che non trovavo in me.
Passarono due anni, lunghi, molto lunghi, così tanto che io li chiamo “i miei due anni luce”. Due anni in cui cercai di fare silenzio nella mia vita. Volevo capire, avevo bisogno di capire. Volevo deporre la mia rabbia, il mio costante pensiero di essere una vittima. Non mi bastava riconoscermi in quelle etichette. Ok, figo essere gay, libera, non dovermi nascondere da nessuno (compresi i miei che ovviamente avevano capito e erano palesemente contrari alla cosa, ma non me ne fregava un tubo della loro approvazione, o di mettermi in contrasto, e manco della loro opinione).
Figo, sì. Ma non mi bastava. Doveva esserci di più. Perché dovevo accontentarmi di quella parola, "GAY", appioppata sopra la mia capoccia? Perché non riuscivo a comprendere la mia femminilità, a gestirla, ad amarla? Perché questa femminilità così sfuggente la andavo sempre a cercare in qualcun altra?
Decisi quindi di accettare il consiglio di un caro amico e di andare da uno psicoterapeuta, e non dopo pochi ripensamenti.
Punto n.1: io non ero malata. Caspita, dallo psicoterapeuta ci vanno i matti, gli schizofrenici, quelli con disturbi post traumatici, i bipolari, quelli che vanno riabilitati perché socialmente pericolosi, quelli che quando camminano contano le mattonelle, che parlano con il koala immaginario sul comodino o che chiacchierano con la Madonna della partita, insomma. No una persona gay! Mica è una malattia! Quindi, che cavolo dovevo andarci a fare da uno psicoterapeuta?
Punto n.2: posto che ci vado, cosa mi fa? Mi lega alla sedia, mi tiene le palpebre aperte come su Arancia Meccanica e mi fa vedere filmati di propaganda etero? Con immagini di gay al rogo, dicendomi "se continui così finirai male!", o con proiezioni di scritte subliminali tra le immagini, tipo: "il sesso giusto è solo maschio-femmina"?
Oppure mi ipnotizza e mi convince che gli uomini sono meglio delle donne? Che mi fa sto tizio? Come potrebbe mai aiutarmi a rispondere alle mie domande?
Alla fine, tira e molla con i miei mille pensieri, dissi "Vabbè, andiamo. Al massimo me ne vado".
Già il nome "terapia riparativa" non mi diceva nulla di positivo … e mi dava pure un po’ sui nervi, se devo essere sincera. Anche se guardandomi bene, qualcosa da riparare c'era: la mia anima ferita.
E quindi, la mia “terapia ripartiva” volete sapere qual è stata?
Il dottore mi disse semplicemente che nessuno nasce gay o etero, che siamo frutto di quello che viviamo. E fino a qui, pensai “ottimo, anche stavolta ho perso un’ottima occasione per rimanere a farmi gli affari miei”. Voglio dire, non mi serviva di certo andare dallo psicoterapeuta per capire una cosa del genere, bastava leggersi diversi studi di biologia e psichiatria, con le posizioni delle neuroscienze, per non parlare di tutto l'ambito medico che si è espresso sulla plasticità del cervello. Ed io, di quella roba lì, avevo già letto almeno un milione di articoli.
Ma andiamo avanti.
Mi ha fatto fare una serie di test, tipo Minnesota e altri test standard (quelli che si fanno anche nei concorsi pubblici per intenderci), niente “domande strane” o somministrazioni di test a trabocchetto da compilare in valsi col sangue del pollice. Quindi, persone che come me temevano strane iniziazioni con piume appiccicate in testa, o unzioni con medicamenti miracolosi, sbandieramenti di crocifissi, benedizioni ed esorcismi al grido di "esci da questo corpo spirito gay!", rimarrebbero molto deluse.
Alla fine mi ha fatto raccontare la mia storia, prendendo appunti di tanto in tanto, senza dare nessun tipo di giudizio, senza accennare al giusto o allo sbagliato, al bene e al male. Era in silenzio, mi ascoltava e basta.
Dopodiché ci siamo salutati in attesa che potesse, alla luce di tutto quanto raccolto, operare la sua sintesi clinica.
Per farla breve, la faccenda si concluse così: mi spiegò il perché io provassi attrazione per le ragazze. Perché odiassi gli uomini, e sfregiassi la mia femminilità. Non mi ha IN ALCUN MODO cercato di convincere sul "etero è giusto, etero è meglio, così finisci male". Mi ha solo detto il PERCHÉ (con un lumen di tipo psicologico, vagliando gli episodi della mia vita) io provassi certe emozioni e mi sentissi così.
Ecco a voi signori la mia “terapia ripartiva” da parte dello psicoterapeuta. La parte difficile veniva per me: confrontarmi con la verità oggettiva, fuori dal mio punto di vista. La vera attività di “riparazione” dell’anima doveva venire dalla mia volontà.
Iniziai quindi a rileggere ogni mia esperienza alla luce di quanto il doc. aveva spiegato sulla mia vita. "Allora ecco perché quella volta mi sono sentita così! Ecco come mai quando mi succede questo mi viene da pensare così", ecc. ecc.
E soprattutto compresi, riflettendo, che le differenze tra donne e uomini ci sono e sono innegabili. Che la natura delle cose gira come è stata costruita, con un senso, dove la necessità della complementarietà del maschile e femminile è innegabile. E questo per esempio lo vedevo proprio in me, che non potevo essere un uomo e odiavo i maschi, ma mi atteggiavo come una copia (anche piuttosto grottesca) di loro.
Iniziai a voler riscoprire la mia femminilità, fu un processo lungo, ma più questa emergeva nuovamente e più ne sentivo il bisogno.
Tuttavia mi chiedevo costantemente: "come mai sono arrivata ad amarle quelle ragazze?". Un conto è attrazione, infatuazione, e qualsiasialtracosa-zione...ma innamorarsi, perdutamente, porca miseria, è un'altra cosa!
La risposta ce l'avevo sotto gli occhi tutti i giorni, e finalmente, dopo del tempo, capii: in ognuno di noi c'é la grande motivazione per cui esistiamo, la sola grande e vera predisposizione per cui nasciamo... AMARE.
Ma ci sono modi e modi di amare. Modi più giusti rispetto a quell'Amore per cui siamo stati creati, e modi più lontani. Io le amavo quelle ragazze, ma in funzione mia. In funzione del mio egoismo scriteriato (altra forma di “amore”, ben distante da quello per cui siamo nati).
Io sono una donna, e questo non è riconsiderabile né si può dire il contrario. Io sono una donna e sono nata per un Amore più grande del mio piccolo egoismo e del mio bisogno. Non metto in dubbio e non posso mettere in dubbio che io abbia amato quelle ragazze (perché Dio solo sa quanto le ho amate, a modo mio, certo, e purtroppo sbagliando, ma era il solo modo che conoscevo), eppure, io non sono nata per questo.
Qualche mese più tardi arrivò LUI.
Il che mi sconvolgeva, e nemmeno poco. Un uomo ed io? No, no, non poteva andare. In più, un uomo anche figo, che figuriamoci se poteva interessarsi ad una come me... ci doveva essere la fregatura. Magari era un pluriomicida, o un evaso da qualche istituto mentale. O nella migliore delle ipotesi era un semplice "amatore seriale”, ecco perché faceva tutto il simpaticone. Gli uomini sensibili, carini e coccolosi sono una figura così mitologica, che è più plausibile incontrare la fatina dei denti mentre ti lascia il soldino sotto il bicchiere.
È andata a finire che avevo torto. Avevo torto e di brutto. È andata a finire che mi sono innamorata di quel Tipo, e dovetti constatare, con mia gioia e sorpresa, che non era né un pluriomicida, né un ex internato e manco aveva intenzione di portare a letto l'ennesima conquista. Ho scoperto che era simpatico, che come mi fa ridere lui nessuno ci riesce (e nemmeno a farmi incavolare così tanto a dir la verità: siamo complementari, anche per questo!), che era sensibile spesso anche più di me, che era davvero coccoloso, e che mi amava e mi avrebbe amata, così come ero, senza scappare davanti al macigno che mi portavo dietro, restandomi accanto.
È andata a finire che quel Tipo me lo sono sposata, che ho scoperto di poter amare in un modo che mai avrei immaginato, dove "pretendere e prendersi" non porta a nulla, dove conta solo darsi, dove spesso anche il dolore scandisce i giorni, perché Amore è anche dolore, sacrifici, paure e tanta fiducia. Ma sono felice. Lo Amo, e ho imparato ad accettarmi, a sentirmi di nuovo donna, a capire chi fossi come donna e quale fosse il mio posto a questo mondo.
È andata a finire che aspettiamo una bambina, e non tornerei mai indietro, che nonostante le mille difficoltà che il matrimonio, la gravidanza, la vita di coppia nella sua "diversità" comportano, io sono felice.

La mia storia è per raccontarvi solo la mia esperienza (la mia personalissima esperienza), non voglio dire cosa è giusto e sbagliato fare.
Però pretendo il diritto di poter dire la mia, in qualità di persona che ha vissuto qualcosa di diverso da quello che si sente in giro.
Pretendo il diritto, per le persone che come me volevano cercare una risposta, che sentivano l'esigenza di un'alternativa, di poter ricorrere alle cosiddette “terapie riparative”, senza che le stesse vengano messe al bando dalle lobby.
Voglio il sacrosanto diritto di urlare che io esisto, e che sono la dimostrazione vivente che si può cambiare, e che il cambiamento avviene solo quando lo si cerca e perché lo si vuole. Perché si sente che quella vita non ci basta. Possibile che questo diritto vada cancellato? Non ho mai sentito di imposizione di “terapie riparative” nelle scuole, mentre ho sentito più volte l’imposizione dell’ideologia gender nelle stesse. Io pretendo il diritto di poter liberamente accedere alle terapie riparative per chiunque VOGLIA farlo.
Voglio poter chiedere alle persone che non hanno mai avuto esperienze omosessuali, che non hanno la minima idea di come sia l'ambiente gay vissuto in prima persona, di fare un bell'atto di umiltà e non parlare a vanvera, soprattutto autonominandosi dottori in cose di cui spesso non sanno nulla.  Rimanete in silenzio piuttosto che accodarvi al pensiero delle associazioni LGBT, che non vi riguarda e di cui non vi sentite nemmeno troppo toccati, in realtà. Perché la paura vera è quella di essere tacciati di “bigottismo” ed è sempre dietro l’angolo. Non ergetevi a paladini di non si sa che cosa. Rispettateci.
Voglio poter dire la mia, voglio poter dire che l'unico Amore di coppia per cui siamo nati è quello uomo-donna, e che la gioia e la profondità che tale Amore può dare, non è descrivibile.
Voglio poter raccontare la mia storia senza essere censurata: noi esistiamo e facciamo paura alle associazioni LGBT, che NON rappresentano il pensiero di tutti gli omosessuali, ma solo di una ristretta minoranza, dotata però di forte eco mediatica e visibilità.
Voglio potermi rivolgere ai miei fratelli, amici che vivono quello che anche io ho vissuto. Amici, che avete attrazione per persone del vostro stesso sesso, e che amate persone del vostro stesso sesso, vorrei chiedervi se davvero vi piace l'idea che la frangia più esaltata ed estremista degli omosessuali, aneli all'imposizione di etichette anche sulle vostre vite. Voglio chiedervi se vi sembra giusto ed appagante il fatto che verrete sempre considerati in primis "meritevoli di tutela in quanto gay" e non in quanto persone.
Voglio poter gridare che la mia "omofobia" (perché sì, mi hanno anche dato dell'omofoba, i benpensanti) attiene alla paura della standardizzazione del pensiero, del non poter permettere ad altri di dire la propria, se non allineati al politicamente corretto e alle idee delle associazioni LGBT. La mia vera fobia riguarda la censura legalizzata, che ti accusa di spargere odio e discriminazione solo perché si pensa qualcosa di diverso, anche semplicemente raccontando la propria esperienza personale.
Vorrei poter dire che mi sembra assurdo ascoltare alcune parole da parte di persone omosessuali, tipo: "quando sento parlare di famiglia naturale vorrei prendere un kalashnikov e sparare in piazza". Per poi tacciare di violenza, bigottismo e discriminazione l'esposizione di un differente pensiero.
Voglio poter dire che due più due fa quattro e che da due uomini e due donne la vita non può nascere.
Una mia cara amica (“attivista gay e fieramente gay”, come si è spesso definita, cui ho voluto e bene e cui continuo a voler bene da lontano, purtroppo), non mi rivolge più la parola da anni.
Mi chiamava sorella. E poi, mi ha chiamata "reietta".

Si, amica mia, sono una reietta, e sono felice. Davvero felice.